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Nessun arresto, nessun sequestro: perchè la strage di Crans-Montana può restare impunita

Pubblicato: 09/01/2026 09:31

Il tragico rogo di Crans-Montana continua a scuotere l’opinione pubblica e solleva pesanti interrogativi sulla gestione delle indagini da parte delle autorità elvetiche. Un evento di tale portata, caratterizzato da un numero altissimo di giovanissime vittime e centinaia di feriti, sembrava destinato a una risposta giudiziaria immediata e severa, eppure la strategia adottata finora dagli inquirenti appare a molti inspiegabile.

A dare voce a questo profondo malcontento è Rosa Cappa, ex procuratrice federale svizzera, che in un recente intervento ha espresso forti perplessità sulla conduzione dell’inchiesta. Secondo la magistrata, ci si trova davanti a un fatto di una gravità inaudita che meriterebbe un approccio molto più incisivo rispetto alla modalità soft osservata nelle prime fasi successive al disastro.

Un’inchiesta priva di tempestività

La critica principale mossa dall’ex procuratrice riguarda la discrepanza tra la gravità dei fatti e le azioni concrete intraprese dalla procura. Nonostante la risonanza mediatica e la necessità di dare risposte alle famiglie delle vittime, l’indagine sembra essere rimasta ferma a un livello superficiale. Rosa Cappa sottolinea come, a fronte di numerose conferenze stampa volte a informare il pubblico, non siano seguiti atti giudiziari tempestivi e realmente risolutivi. La mancanza di sequestri di atti fondamentali e l’assenza di arresti nelle ore calde successive all’incendio rappresentano, secondo la sua visione, una lacuna che rischia di compromettere la raccolta delle prove e il corretto accertamento delle responsabilità.

Questo immobilismo iniziale viene descritto come inaccettabile, specialmente considerando il potenziale pericolo di inquinamento probatorio che caratterizza casi così complessi e con così tanti attori coinvolti.

Il mancato ricorso alle misure cautelari

Un punto nevralgico della polemica risiede nella scelta di non richiedere la detenzione preventiva per i soggetti coinvolti. Rosa Cappa evidenzia come la procedura penale svizzera preveda presupposti per le misure cautelari del tutto simili a quelli dell’ordinamento italiano. Esistono infatti i rischi di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato, elementi che nel caso di Crans-Montana sembrerebbero emergere con forza. La decisione della procuratrice titolare del caso di escludere a priori la richiesta di detenzione appare all’ex magistrata come una rinuncia ingiustificata al ruolo inquirente. Invece di decidere autonomamente di non procedere, la procura avrebbe dovuto sottoporre la valutazione al giudice dei provvedimenti coercitivi, lasciando a quest’ultimo il compito di stabilire se la privazione della libertà fosse necessaria per garantire il successo delle indagini.

La distinzione tra colpa e dolo

Il dibattito legale si sposta poi sulla qualificazione giuridica dei reati ipotizzati. Mentre l’inchiesta sembra orientata verso l’omicidio colposo, Rosa Cappa sostiene fermamente che esistano gli estremi per contestare il dolo eventuale. Questa differenza non è puramente terminologica ma cambia radicalmente la natura del processo e le pene applicabili. Procedere per reati intenzionali significherebbe riconoscere che i responsabili, pur non avendo voluto direttamente la strage, abbiano accettato il rischio che un evento simile potesse verificarsi a causa delle loro omissioni o azioni. La magistrata suggerisce che la gravità delle inadempienze riscontrate finora suggerisca un atteggiamento di consapevole noncuranza che va ben oltre la semplice negligenza o imprudenza, richiedendo quindi un cambio di passo nell’impostazione accusatoria.

La responsabilità dei controlli comunali

Un capitolo oscuro della vicenda riguarda il ruolo degli addetti alla sicurezza del Comune, i cui controlli avrebbero dovuto prevenire un disastro di queste proporzioni. Dalle prime ricostruzioni emerge che le ispezioni non sono state effettuate con la frequenza necessaria né con la dovuta diligenza professionale. Questo aspetto chiama in causa direttamente l’amministrazione locale e il sistema di vigilanza sulle strutture ricettive e sugli eventi. L’ex procuratrice federale punta il dito contro questa filiera di mancati controlli, ribadendo che se le autorità competenti avessero agito secondo i protocolli previsti, la tragedia avrebbe potuto essere evitata. Il sospetto è che dietro la facciata di una località turistica d’eccellenza si nascondessero falle organizzative profonde che ora rischiano di restare impunite.

Il rischio di un processo senza giustizia

Il timore finale espresso da Rosa Cappa è che la strage di Crans-Montana possa risolversi in un nulla di fatto o in condanne lievi che non rendano giustizia alle centinaia di persone colpite. La combinazione tra un’inchiesta partita lentamente e una qualificazione del reato meno grave di quanto i fatti suggerirebbero potrebbe portare a un esito processuale deludente. Nel frattempo, i dettagli che emergono sulla cronaca del disastro, come l’accusa a Jessica Moretti di essere fuggita con l’incasso proprio mentre le fiamme divoravano la struttura, alimentano la rabbia sociale. Senza un’azione giudiziaria ferma e decisa, che includa sequestri mirati e l’accertamento rigoroso di ogni singola responsabilità amministrativa e penale, il pericolo che questa immane tragedia rimanga senza colpevoli certi diventa ogni giorno più concreto.

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Ultimo Aggiornamento: 09/01/2026 09:36

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