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“Pronti a condannarli a morte”. Iran, giorni di repressione e sangue. Gli Usa evacuano le basi in Qatar

Pubblicato: 14/01/2026 09:05

In Iran sono giorni di terrore, assedio e sangue. Le strade vengono ripulite di notte con le pompe d’acqua, mentre il Paese vive in una condizione di coprifuoco di fatto. Le università sono chiuse, i negozi abbassano le saracinesche già nel primo pomeriggio e nelle città cala un silenzio carico di paura. All’obitorio di Kahrizak, a sud di Teheran, continuano ad arrivare corpi. Su uno dei sacchi neri è scritto: “n. 1.338, Parian, nata nel 2009”. Aveva 16 anni.
È uno dei volti anonimi di una strage senza precedenti, consumata nelle strade iraniane, dove una protesta pacifica e di massa contro la Repubblica islamica si è trasformata prima in disordini e poi in una vera mattanza da parte delle forze di sicurezza.

Numeri incerti, ma il bilancio è già drammatico

Secondo funzionari governativi citati in forma anonima dal New York Times, i morti sarebbero almeno 3mila, tra cui circa 150 agenti delle forze dell’ordine, ma le stesse fonti ammettono che il numero reale potrebbe essere molto più alto. Il sito di opposizione Iran International, con sede a Londra, parla di una cifra drammatica: 12mila vittime. L’intelligence israeliana stima invece almeno 5mila morti.
Se anche solo il dato minimo fosse confermato, si tratterebbe comunque del più grande massacro della storia recente dell’Iran. Una strage che colpisce soprattutto ragazzi e ragazze giovanissimi, scesi in piazza con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere, ma continua a sperare in un Paese più libero, più giusto, più democratico.

Un apparato “armato per la guerra”

I manifestanti hanno affrontato un apparato di sicurezza “armato per la guerra”, come denuncia l’ong Hengaw, deciso a non fare prigionieri. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, si è detto «inorridito» e ha condannato le autorità iraniane che promettono un’ondata di esecuzioni contro i manifestanti arrestati, accusati di terrorismo o di “guerra contro Dio”. «È inaccettabile etichettare i manifestanti come terroristi per giustificare la violenza contro di loro», ha dichiarato.

Immagini dal buio informativo

Nonostante il blackout quasi totale di internet, le immagini che riescono a filtrare grazie a Starlink e a una parziale riattivazione delle linee telefoniche — solo per le chiamate in uscita — sono scioccanti: corpi ammassati negli obitori, ospedali pieni di feriti, minacce a chiunque tenti di informare l’esterno.
L’ong Abdorrahman Boroumand racconta di famiglie che hanno scelto di seppellire in segreto i propri figli, per timore che le autorità sequestrassero i corpi o esercitassero ritorsioni. La televisione di Stato, trasmettendo da Kahrizak, è stata costretta a precisare che i servizi mortuari sono gratuiti: segno che anche sui morti, in alcuni casi, venivano chiesti pagamenti alle famiglie per la restituzione dei corpi.

Cecchini e raffiche sulla folla

Testimoni oculari riferiscono di cecchini appostati sui tetti nei quartieri di Sattarkhan e Pasdaran, a Teheran. «Un agente di sicurezza nel quartiere di Aghdasieh sparava indiscriminatamente dalla sua auto», raccontano. «Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco con mitragliatrici su una folla di giovani uomini e donne».
La capitale, a differenza di molte province, riesce ancora in parte a far arrivare notizie all’esterno, grazie a chi dispone di connessioni satellitari o è riuscito a fuggire verso le zone di confine, dove internet continua a funzionare.

Corpi mutilati e ospedali sotto controllo

Medici e infermieri parlano di giovani colpiti deliberatamente agli occhi. La premio Nobel Shirin Ebadi riferisce che solo nella notte di venerdì sarebbero stati eseguiti almeno 600 drenaggi oculari all’ospedale Farabi di Teheran e altri 300 interventi all’ospedale Khodadost di Shiraz. All’ospedale Sina, alcuni manifestanti feriti sarebbero stati prelevati dagli agenti subito dopo l’intervento chirurgico.

Rastrellamenti e punizioni collettive

La repressione si estende anche al mondo del commercio. Mohammad Saedinia, fondatore dell’omonima catena di caffè, è stato arrestato e tutti i suoi locali resteranno chiusi per aver scioperato in solidarietà con i manifestanti. Nel bazar di Teheran, alcuni commercianti sono stati arrestati per lo sciopero, altri costretti ad aprire negozi vuoti sotto minaccia.
Il Tehran Times riferisce infine che “alti funzionari venuti meno al loro dovere di rispondere alle necessità della popolazione” verranno processati. Un segnale che potrebbe indicare fratture interne al sistema, mentre il Paese sprofonda in quella che appare sempre più come una repressione totale e senza ritorno.

Ong: giudici iraniani pronti a condannare a morte i manifestanti

Le organizzazioni per i diritti umani lanciano un nuovo allarme sulla stretta repressiva imminente in Iran. Secondo le Ong, le parole del capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, indicano la volontà di procedere rapidamente con condanne capitali contro i manifestanti arrestati. In un video trasmesso dalla televisione di Stato, Mohseni-Ejei ha invitato i tribunali ad agire senza esitazioni: «Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo ora. Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo in fretta».

Secondo le Ong, circa 18mila detenuti nelle carceri iraniane sarebbero esposti a rischio elevato di torture ed esecuzioni, in assenza di garanzie processuali. Fonti citate dal Wall Street Journal riferiscono che la prima esecuzione di un prigioniero arrestato durante le proteste sarebbe imminente. Alla famiglia di Erfan Soltani, fermato l’8 gennaio, sarebbe stato comunicato che la sua condanna a morte dovrebbe essere eseguita oggi.

Il gruppo Attivisti per i diritti umani in Iran ha inoltre aggiornato il bilancio delle vittime, che avrebbe superato i 2.400 morti, tra cui almeno 140 membri delle forze di sicurezza governative, confermando l’estrema violenza dello scontro in atto.

Nbc: “Centinaia i soldati Usa evacuati dalla base del Qatar”

Sul piano regionale cresce la tensione militare. Secondo quanto riportato da NBC News, centinaia di soldati statunitensi avrebbero iniziato a evacuare la base aerea di al Udeid, in Qatar, per essere trasferiti in altre installazioni della regione. In precedenza si parlava di un numero limitato di militari, ma le nuove informazioni indicano un ritiro più consistente.

La base di al Udeid è la più grande installazione militare americana in Medio Oriente e ospita circa 10mila soldati. Un primo ridimensionamento della presenza Usa era già avvenuto nel giugno dello scorso anno, dopo i raid statunitensi contro siti di arricchimento nucleare iraniani. Secondo NBC, l’evacuazione in corso sarebbe parte di un piano più ampio e coordinato, in vista di possibili sviluppi militari nello scenario regionale.

Il consigliere di Khamenei: “Trump si ricordi del raid ad al Udeid”

Dall’Iran arriva anche un messaggio diretto a Washington. Alì Shamkhani, uno dei principali consiglieri della Guida Suprema Alì Khamenei, ha lanciato un monito al presidente americano Donald Trump, invitandolo a «ricordarsi dell’attacco alla base di al Udeid» avvenuto durante la cosiddetta Guerra dei 12 giorni.

In un messaggio diffuso sui social, Shamkhani ha accusato Trump di continuare a parlare di una presunta aggressione inefficace contro gli impianti nucleari iraniani, senza menzionare «la distruzione della base americana di al Udeid compiuta da missili iraniani». Un riferimento che, secondo il consigliere, dovrebbe servire a chiarire «la volontà e la capacità dell’Iran di rispondere a qualsiasi aggressione».

Le dichiarazioni confermano un innalzamento del livello dello scontro verbale e strategico, mentre sul terreno interno la repressione continua e sul piano regionale si moltiplicano i segnali di preparazione a scenari di crisi più ampi.

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Ultimo Aggiornamento: 14/01/2026 16:28

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