
La politica estera di Donald Trump continua a muoversi su scala globale, tra sfoggio di potenza e diplomazia transazionale, senza apparenti limiti geografici. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e le iniziative su Iran, Ucraina, Groenlandia e Gaza, passando per la nascita del Board of Peace, il presidente americano sembra ora aver individuato un nuovo obiettivo strategico: Cuba.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, citando fonti anonime, l’amministrazione Trump starebbe cercando interlocutori all’interno del governo cubano disposti a collaborare per favorire un accordo che possa portare al rovesciamento del regime castrista entro la fine dell’anno. Un’operazione che, se confermata, segnerebbe un cambio di passo radicale nei rapporti tra Washington e L’Avana.
Alla base della strategia americana ci sarebbe la convinzione che l’economia cubana sia prossima al collasso. Dopo la perdita del sostegno venezuelano, la Casa Bianca ritiene che il governo dell’isola non sia mai stato così vulnerabile. Al momento, spiegano le fonti, non esisterebbe un piano operativo definito, ma l’arresto di Maduro e le concessioni ottenute dai suoi alleati vengono considerati un messaggio diretto a Cuba.

Negli ultimi mesi, sempre secondo il quotidiano statunitense, funzionari americani avrebbero incontrato esuli cubani e gruppi civici a Miami e Washington, nel tentativo di individuare qualcuno nel governo dell’Avana che “capisca la situazione e voglia trattare”. L’obiettivo sarebbe replicare il modello venezuelano, reso possibile anche grazie a una talpa interna che avrebbe facilitato l’operazione Absolute Resolve.
Il blitz a Caracas avrebbe rafforzato la convinzione di Trump di poter colpire anche il regime cubano, storicamente dipendente dal Venezuela. L’isola, già prima dell’arresto di Maduro, era segnata da carenze di beni essenziali, crisi energetica e blackout frequenti. In un post pubblicato l’11 gennaio su Truth, Trump ha lanciato un avvertimento esplicito: «Suggerisco vivamente di raggiungere un accordo. Prima che sia troppo tardi», precisando che «niente più petrolio o soldi» arriveranno a Cuba.
Per il presidente americano, l’operazione venezuelana rappresenta un successo politico e strategico. Anche la cooperazione con la leader ad interim Delcy Rodríguez viene citata come prova della capacità degli Stati Uniti di dettare le condizioni. Tuttavia, applicare lo stesso schema a Cuba appare complesso: il regime cubano è monopartitico, non consente opposizione politica e presenta un livello di controllo interno molto più rigido rispetto al Venezuela.

Alcuni funzionari Usa hanno spiegato al Wall Street Journal che Trump considera la caduta del regime cubano come la prova definitiva della sua strategia di sicurezza nazionale, mirata a rimodellare l’intero emisfero occidentale. Porre fine all’era Castro significherebbe, nella visione del tycoon, completare ciò che John Fitzgerald Kennedy non riuscì a fare negli anni Sessanta. Un obiettivo condiviso anche dal segretario di Stato Marco Rubio, di origini cubane.
A rendere ancora più chiaro il messaggio di Washington è la presenza della portaerei Uss George H.W. Bush a circa 60 miglia dalle coste cubane, ufficialmente impegnata in esercitazioni militari. Dal canto suo, il presidente Miguel Díaz-Canel ha escluso qualsiasi resa, affermando che non esiste «alcuna intesa possibile basata su coercizione o intimidazione».
Gli alleati di Cuba cercano intanto di mostrare compattezza. Il 94enne Raúl Castro ha incontrato il ministro dell’Interno russo Vladimir Kolokóltsev, inviando saluti a Vladimir Putin, mentre la Cina di Xi Jinping ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari e l’invio di 60mila tonnellate di riso. Segnali di sostegno che potrebbero però rivelarsi insufficienti se Trump decidesse di dare il via libera a un’operazione diretta contro il regime castrista.


