
Avrebbe agito per porre fine alle sofferenze della madre, affidandosi, come avrebbe raccontato ai sanitari, alla volontà di Dio. Ma per la giustizia il suo gesto configura un tentato omicidio. Con questa accusa un professionista barese di 48 anni è stato posto agli arresti domiciliari dai carabinieri, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Montemurro su richiesta della pm Isabella Ginefra. La donna, gravemente malata, si trova ora ricoverata all’ospedale Di Venere in condizioni definite gravissime. Il figlio, invece, è stato allontanato proprio da quell’abitazione nella quale, da tempo, si prendeva cura di lei dopo che la malattia l’aveva costretta a letto.
La vicenda affonda le sue radici in una quotidianità segnata dalla disperazione e dall’assistenza continua. Le cure oncologiche, secondo quanto emerso, non avevano offerto prospettive di miglioramento, ma solo la possibilità di una sopravvivenza complessa e dolorosa. Un equilibrio fragile, andato avanti giorno dopo giorno, fino all’episodio che ha fatto scattare l’intervento della magistratura.
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Il gesto e l’intervento dei soccorsi
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il 15 dicembre l’uomo avrebbe staccato gli ausili e le apparecchiature che tenevano in vita la madre. A scoprire quanto accaduto è stata un’infermiera incaricata dell’assistenza domiciliare, che si recava quotidianamente nell’abitazione per prestare le cure necessarie alla paziente. Resasi conto della situazione, l’operatrice ha immediatamente allertato il 118 e, subito dopo, i carabinieri.
I militari hanno raccolto la testimonianza della donna e avviato gli accertamenti, dai quali sarebbero emersi anche precedenti comportamenti ritenuti scorretti dell’uomo nei confronti dei professionisti sanitari che seguivano la madre. Elementi che hanno contribuito a delineare un quadro giudiziario più ampio e complesso.

Le indagini e la misura cautelare
A circa un mese dai fatti, la pm Isabella Ginefra ha chiesto al giudice per le indagini preliminari l’applicazione del divieto di avvicinamento del 48enne alla madre, nel frattempo trasferita in ospedale. La misura era però subordinata all’accettazione del braccialetto elettronico. L’uomo ha rifiutato di indossarlo e, per questo motivo, il gip ha disposto nei suoi confronti gli arresti domiciliari.
Lunedì il professionista è comparso davanti al giudice per l’interrogatorio di garanzia, ma ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, restando in silenzio. Diversa, invece, la versione fornita in precedenza ai medici che avevano prestato i primi soccorsi alla madre: avrebbe spiegato di aver staccato i dispositivi per farla smettere di soffrire, interpretando quel gesto come l’esecuzione di una volontà superiore.

Il nodo giuridico e il confine con l’eutanasia
Una spiegazione che non ha convinto il giudice. Nell’ordinanza viene ribadito un punto centrale: in Italia non esistono forme di eutanasia legali. Di conseguenza, il gesto contestato non può trovare giustificazione sul piano giuridico. Secondo la magistratura, nemmeno l’eventuale prova che la donna avesse espresso in passato il desiderio di non essere ricoverata o di essere scollegata dai macchinari potrebbe incidere sulla qualificazione penale dei fatti.
Il caso pone ancora una volta al centro del dibattito il confine tra assistenza, disperazione e responsabilità penale, ma per gli inquirenti la linea resta netta. In assenza di una cornice normativa che consenta interventi di fine vita, quanto avvenuto viene inquadrato come un tentativo di togliere la vita, non come un atto di pietà. Una tragedia familiare che ora si consuma anche nelle aule di giustizia, mentre la donna lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale.


