
Per Matteo Renzi, l’addio di Roberto Vannacci alla Lega rappresenta molto più di una semplice rottura personale: è «la prima crepa nel centrodestra». Finora, osserva il senatore di Italia Viva, la coalizione guidata da Giorgia Meloni era apparsa compatta, mentre l’opposizione faticava a trovare unità. Ora lo scenario cambia e, con le elezioni all’orizzonte, la tenuta della maggioranza inizia a vacillare.
Secondo Renzi, la vera domanda che gli elettori si porranno tra un anno sarà concreta: dopo cinque anni di governo Meloni, stipendi, sicurezza e sanità pubblica sono migliorati o peggiorati? «Io credo che la maggioranza degli italiani non sarà contenta», afferma. E se la destra si divide, avverte, «la vittoria del centrosinistra diventa probabile, non solo possibile».
Renzi paragona Vannacci a una versione italiana di Nigel Farage, capace di intercettare il malcontento fuori dai partiti tradizionali. «Non inventa nulla, ma occupa uno spazio reale», spiega. Si tratta di elettori di destra delusi dal governo, che vedono più tasse e meno sicurezza, esattamente l’opposto di quanto promesso in campagna elettorale.
Il leader di Italia Viva punta il dito contro il record della pressione fiscale e il clima di insicurezza, citando episodi di violenza che colpiscono anche giovani e studenti. In questo contesto, sostiene, la narrazione di una Meloni per cui «va tutto bene» non regge più. Intanto, la sinistra starebbe iniziando a reagire, mentre la vera novità politica resta la frammentazione della destra.

Alla domanda se quella di Vannacci sia solo una fiammata dell’ultradestra, Renzi risponde che potrebbe invece aprire una fase più profonda di instabilità. «Meloni proverà a tenerlo in coalizione, contro Salvini e Tajani, ma non è detto che ci riesca». La premier, secondo Renzi, è stretta da una coperta corta: se apre al centro perde a destra, se si blinda a destra perde al centro.
Quanto alle mosse future del generale, Renzi è netto: «Farà quello che gli conviene». Vannacci, ormai fuori dalla Lega, potrebbe giocare la partita da solo e persino agganciarsi ai movimenti internazionali dell’estrema destra, come l’area Maga, critica verso Meloni. «Il dato politico», sottolinea Renzi, «è che nel 2027 la destra potrebbe dividersi davvero».
Sul fronte centrista, Renzi esclude che Carlo Calenda possa compensare un eventuale crollo della Lega. «Se Calenda va a destra perde pezzi», osserva, ricordando i numeri parlamentari dopo la rottura del Terzo Polo. «Meloni sa di non poter contare sui suoi zig-zag, ed è per questo che non lo imbarca in coalizione».

Guardando al Campo largo, Renzi racconta di un confronto aperto con Elly Schlein sul nuovo scenario politico. La strada, dice, è puntare su poche priorità condivise: trattenere i laureati in Italia, sostenere le famiglie fragili, ridurre le liste d’attesa nella sanità, abbassare le tasse e contrastare la violenza giovanile. «Se su questo siamo uniti, vinciamo».
Infine, Renzi chiarisce il rapporto con Giuseppe Conte. Nessun caffè riservato, ma una consapevolezza politica: davanti a un governo fatto di «fuffa e propaganda», il centrosinistra non può permettersi ulteriori divisioni. Anche in vista del Quirinale, nel 2029, l’obiettivo resta garantire un presidente della Repubblica che sia davvero un garante delle istituzioni, «un galantuomo come Sergio Mattarella, non un sovranista».


