La United States Immigration and Customs Enforcement, nota come ICE, è onnipresente su giornali e televisioni, spesso come simbolo di una politica aggressiva contro l’immigrazione. È però un dato di fatto che l’ICE non sia stata istituita da Donald Trump, ma risalga al 2003, sotto l’amministrazione di George W. Bush, nel contesto di una profonda riorganizzazione dello Stato americano successiva agli attentati dell’11 settembre. L’agenzia federale nasce insieme al Department of Homeland Security come risposta strutturale a un mondo percepito improvvisamente come instabile e vulnerabile.
Da allora le modalità operative e strategiche sono cambiate più volte, adattandosi alle diverse amministrazioni, ma la logica di fondo è rimasta la stessa: la difesa dei confini e il controllo sull’immigrazione. Un obiettivo che si inserisce nella costruzione di un nuovo modello statale, più attento, più preciso e più orientato alla prevenzione dei rischi.

IL SENSO DI VULNERABILITÀ
Dopo l’11 settembre emerse un problema strutturale: lo Stato non mancava di informazioni, ma di strumenti per organizzarle, metterle in relazione e renderle operative. Le principali agenzie americane – intelligence, forze armate e apparati investigativi, compresa la stessa ICE – disponevano di enormi quantità di dati, ma questi risultavano frammentati, non comunicanti e difficili da correlare.
In questo contesto, una riorganizzazione profonda dello Stato era inevitabile. Sul piano internazionale, questa trasformazione si concretizzò nelle guerre in Guerra in Afghanistan e in Guerra in Iraq, conflitti che non si fondavano più sulla sola conquista territoriale, ma sulla necessità di un intervento militare preventivo per anticipare minacce e attori non statali. In questo scenario, l’intelligence diventa l’attore centrale, chiamato a gestire un’operatività sempre più complessa.
Lo stesso criterio viene applicato all’interno dei confini statunitensi. La sicurezza nazionale inizia a concentrarsi su flussi di persone, merci e dati. Accanto all’ICE, nascono o vengono potenziate strutture come la Customs and Border Protection, la Transportation Security Administration e la United States Citizenship and Immigration Services. La politica di sicurezza di Washington assume nuove priorità: sicurezza permanente, raccolta e integrazione delle informazioni, nuova operatività sul campo.
PALANTIR E IL NUOVO MODELLO DI STATO

Uno Stato strutturato in questo modo non può funzionare senza infrastrutture analitiche avanzate, in grado di rendere concreto un nuovo concetto di sicurezza. A cogliere con chiarezza questa esigenza fu la Central Intelligence Agency, che attraverso In-Q-Tel, fondo creato nel 1999, si pose un obiettivo specifico: anticipare e sostenere tecnologie strategiche prima che arrivassero sul mercato commerciale.
È in questo contesto che In-Q-Tel individua Palantir Technologies come progetto strategico. Palantir non raccoglie dati, ma li aggrega e li rende utilizzabili attraverso piattaforme che consentono di progettare processi industriali, analizzare mercati, individuare trend, ma anche supportare operazioni militari e attività di sicurezza nazionale.
Per circa quindici anni dalla sua fondazione, nel 2003, le informazioni sull’azienda sono rimaste poco trasparenti. È però possibile affermare che Palantir abbia intrattenuto un dialogo stretto e continuativo con il Department of Defense, come dimostra il suo ruolo analitico nel supporto alle operazioni in Iraq e Afghanistan. Dal 2020, con la quotazione in borsa, l’azienda fondata da Peter Thiel e Alex Karp presenta bilanci più trasparenti: margini contenuti dovuti a un forte reinvestimento in ricerca e sviluppo e una dipendenza strutturale dal settore pubblico, da cui proviene circa il 55% dei ricavi.
L’architettura operativa di Palantir si articola in quattro piattaforme principali: Foundry, Apollo, AIP e Gotham. In questo articolo l’attenzione si concentra su Gotham, utilizzata in ambito di intelligence e sicurezza. La piattaforma collabora con la CIA, l’Federal Bureau of Investigation, i United States Marine Corps e l’ICE, attraverso un apparato noto come ImmigrationOS, consentendo simulazioni operative, analisi di reti e interrogazione di grandi basi di dati, fino all’identificazione di individui specifici e delle loro relazioni.
IL FUTURO DELLA POLITICA
I rapporti che Palantir intrattiene con le istituzioni statunitensi sono oggi centrali e ben visibili. Un dato è sufficiente a rappresentarlo: circa il 55% dei ricavi dell’azienda proviene dal governo americano. Questo legame si rafforza anche sul piano politico. Nell’orbita della seconda amministrazione Trump e dell’area conservatrice che la sostiene, emerge un clima di fiducia nei confronti dell’azienda, favorito anche dal rapporto tra J. D. Vance e Peter Thiel.
In questo contesto prende forma l’idea di affidare a Palantir la progettazione di un’infrastruttura algoritmica capace di aggregare su base nazionale i dati detenuti da diverse agenzie federali, con l’obiettivo di individuare rischi e minacce di rilevanza nazionale.
TRA LE STRADE DEL MINNESOTA

L’efficacia del nuovo modello di Stato è ormai evidente. Nelle strade del Minnesota si percepisce da tempo una nuova operatività, più strutturata, efficiente e talvolta violenta. Gli agenti dell’ICE sono il prodotto di un cambio di paradigma e figli di un’ansia storica nata dopo l’11 settembre 2001. Le operazioni diventano sempre più scientifiche, matematiche, meccaniche. È qui che emerge uno dei rischi principali di una possibile algocrazia, in cui decisioni e vita quotidiana vengono sempre più regolate ed eseguite da algoritmi.


