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“Chiamati a fermarci”. Bimbo col cuore bruciato, per Domenico le speranze si spengono: cosa dice l’esperto

Pubblicato: 19/02/2026 20:18
Bimbo Cuore Bruciato

La vicenda del bambino di due anni ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli ha scosso l’opinione pubblica nelle ultime settimane. Tutto comincia a dicembre, quando il piccolo viene sottoposto a un delicatissimo trapianto di cuore, pensato come una possibilità di ripartenza.

Quella speranza si incrina poco dopo, con la scoperta che l’organo ricevuto era danneggiato. Da allora il bambino è rimasto in condizioni gravissime, sostenuto dai macchinari, mentre attorno alla sua storia cresce un confronto medico, etico e giudiziario.

Il caso e la decisione dei super esperti

La vicenda è diventata il simbolo di una domanda più grande: fin dove può spingersi la medicina, e quando è giusto fermarsi. Il punto di svolta, nelle ultime ore, è arrivato con il no del team di super esperti consultati a un nuovo impianto d’organo.

Una scelta che ha riacceso il dibattito soprattutto sul piano morale, portando al centro la voce di uno dei principali esperti italiani di bioetica, intervenuto sul caso in un’intervista.

Bimbo col cuore bruciato, la scoperta: momenti concitati e la richiesta dei medici del Monaldi

Trapianto di cuore: immagine simbolica legata al caso del bimbo ricoverato al Monaldi di Napoli

Bambino col cuore bruciato, l’esperto: “Ora Domenico ha diritto a fine degna”

«Se non c’è indicazione clinica al trapianto, allora siamo moralmente chiamati a fermarci. Ma questo non significa abbandonare il paziente e la sua famiglia: abbiamo l’obbligo di offrire e attuare le cure palliative, accompagnando questo bambino fino alla fine, rimanendo accanto alla sua mamma e alla famiglia. Anche quando il clamore si spegnerà, non andranno lasciati soli».

A parlare è Enrico Furlan, filosofo morale e bioeticista del Dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova, dove dirige il Corso di perfezionamento in Bioetica. Il suo intervento arriva dopo il rifiuto dei super esperti a un nuovo trapianto per il bimbo di 2 anni, ricoverato in gravissime condizioni al Monaldi di Napoli dopo aver ricevuto a dicembre un cuore danneggiato.

Ospedale Monaldi di Napoli: immagine collegata al caso del bimbo di due anni

Il confine tra cure e accanimento terapeutico

La posizione di Furlan è netta: «Riconoscere la dignità di ogni paziente, a prescindere dalla sua condizione e dalla sua età, è il faro che deve guidarci», spiega. «E questo – precisa – significa offrire a tutti cure appropriate, evitando ostinazioni irragionevoli».

Per il bioeticista, il criterio da seguire è quello della beneficenza: proporre «tutti e solo i trattamenti appropriati», cioè quelli che, in base alle conoscenze scientifiche, garantiscono un beneficio superiore ai rischi legati a ogni intervento.

Giustizia, liste d’attesa e risorse del Servizio sanitario nazionale

Furlan richiama poi «almeno un altro principio etico rilevante: quello di giustizia». È il principio che regge le liste d’attesa per gli organi, organizzate secondo criteri pensati per assicurare equità.

Ma la giustizia, aggiunge, significa anche usare correttamente le risorse del Servizio sanitario nazionale. Un trapianto clinicamente inappropriato violerebbe non solo la beneficenza, ma anche la giustizia, perché implicherebbe lo spreco di un organo che potrebbe salvare un altro bambino in attesa di cura.

Enrico Furlan, bioeticista dell’Università di Padova
Trapianto di cuore: immagine di repertorio

Ecmo e cure palliative: quando il “ponte” non porta più a una soluzione

«Ogni trattamento medico – osserva Furlan – va iniziato e continuato finché ha senso, ossia finché è complessivamente benefico per la persona, considerata nella sua integrità». È in questo quadro che si colloca il tema dei macchinari di supporto.

Strumenti come l’Ecmo, a cui il piccolo del Monaldi è attaccato da quasi due mesi, «hanno un ruolo fino a quando fungono da ponte che ci consente di attraversare un momento di crisi». Se il trapianto non è più un’opzione, allora «questo ponte non porta a nulla» e, secondo l’esperto, le macchine devono lasciare spazio all’accompagnamento palliativo.

La famiglia e il consenso: “i genitori non sono i padroni”

E se la famiglia non si arrende? «I genitori vanno sempre accolti e coinvolti – rimarca il docente – perché sono i tutori naturali dei figli. Hanno la responsabilità di dare o negare il consenso alle cure».

Tuttavia, aggiunge Furlan, le decisioni devono rispettare finalità precise: «le decisioni dei genitori, che non sono i padroni dei loro bambini, devono perseguire finalità ben precise: la tutela della salute psico-fisica e della vita del minore, nel rispetto della sua dignità”.

La ferita al patto di fiducia sui trapianti e l’analisi in corso

Nel concludere, Furlan indica l’aspetto più inquietante della vicenda, oltre alla tragedia che coinvolge il bambino e la sua famiglia: la ferita al patto di fiducia che sorregge l’intero sistema dei trapianti d’organo.

«Se dall’analisi ancora in corso dovessero emergere errori andranno comunicati con trasparenza, indicando le misure che verranno prese perché non si ripetano». Per il bioeticista, il rischio è che, se questa ferita non venisse ricucita, si possa compromettere la disponibilità al dono che spinge tante famiglie a trasformare il dolore in una possibilità di vita per altri: «Si tratta di uno scenario che abbiamo il dovere morale di evitare a tutti i costi».

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Ultimo Aggiornamento: 19/02/2026 22:30

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