
A due anni dalla morte di Aleksej Navalny, l’opposizione russa continua a fare i conti con un vuoto che non è stato colmato. In un’intervista realizzata da Rainews, la professoressa Mara Morini, docente di Scienza Politica all’Università di Genova ed esperta di Russia, analizza le fragilità del campo anti-putiniano, tra frammentazione interna, dissidenza in esilio e prospettive future.
Un vuoto di leadership difficile da colmare
Secondo Morini, la scomparsa di Navalny ha lasciato un vuoto che, a oggi, non è stato riempito. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, un problema strutturale dell’opposizione extra-parlamentare, storicamente frammentata fin dagli anni Novanta in piccoli gruppi segnati da ambizioni personali e piattaforme politiche disomogenee.
Emblematico il caso della competizione tra le forze antiputiniane come l’Unione delle Forze di destra e Jabloko, che non hanno mai costruito una coalizione capace di superare la soglia di sbarramento alla Duma.
In secondo luogo, molti dei principali dissidenti – da Garry Kasparov a Michail Chodorkovskij, da Vladimir Kara-Murza a Ljubov Sobol’ – vivono ormai all’estero, così come la vedova di Navalny. Nonostante l’attivismo sui social, la loro capacità di incidere sulle dinamiche interne russe è limitata, anche perché il Cremlino li delegittima sistematicamente.
Anche chi ha tentato di raccogliere l’eredità di Navalny, come Boris Nadeždin, escluso dalle presidenziali 2024 per motivi burocratici, sconta una credibilità fragile agli occhi dell’elettorato anti-putiniano, che lo percepisce come un oppositore “tollerato” dal sistema.
Morini è netta: un profilo come quello di Navalny – carismatico, con solide competenze giuridiche, capace di far tremare l’élite con le inchieste della Fondazione per la lotta alla corruzione e abilissimo nell’uso dei social – appare oggi unico e difficilmente replicabile. In un contesto di repressione crescente e di guerra, le proteste sono episodiche, individuali, non strutturate.
Dissidenza in esilio: voce utile o “bolla” occidentale?
L’opposizione in esilio rischia di trasformarsi in una “bolla” scollegata dalla società russa? Per Morini il rischio esiste.
Ogni dissidente porta con sé una storia personale che ne condiziona la percezione interna: Chodorkovskij, ad esempio, non ispira fiducia tra le generazioni meno abbienti; Kasparov è visto come outsider politico; altri esponenti faticano a parlare a un Paese che vive lontano dalle grandi città.
La distanza geografica e simbolica pesa: chi è all’estero fatica a dimostrare di essere un “vero patriota” capace di condividere le difficoltà quotidiane dei russi. Tuttavia, questa galassia resta utile per amplificare a livello internazionale le criticità del regime di Vladimir Putin, soprattutto tra i giovani che riescono ancora ad aggirare la censura tramite VPN.
Divisioni e rivalità: il nodo irrisolto dell’unità
La frammentazione del fronte anti-putiniano è anche il risultato di rivalità personali e divergenze ideologiche. Morini ricorda le tensioni tra figure come Boris Nemtsov e Grigorij Javlinskij, così come l’espulsione di Navalny da Jabloko nel 2007 per la sua retorica considerata troppo populista.
Le linee di frattura riguardano sia l’assetto economico – più o meno neoliberista – sia la collocazione internazionale della Russia. Una piattaforma comune credibile richiederebbe un leader riconosciuto da tutte le anime dell’opposizione e condizioni minime di competizione elettorale reale, oggi assenti.
Inchieste e anticorruzione sotto censura
Le attività della Fondazione di Navalny hanno rappresentato uno strumento potente di mobilitazione. Anche dopo la chiusura e la messa al bando dell’organizzazione nel 2021, i collaboratori continuano a diffondere video e inchieste tramite i social, accessibili in Russia con VPN.
Tuttavia, la repressione è cresciuta: chiusura di ONG storiche come Memorial’, restrizioni a musei e istituzioni culturali indipendenti, inserimento di organizzazioni nella lista degli “agenti stranieri”. Lo spazio per il pluralismo si è drasticamente ridotto.
Dialogo europeo: opportunità o passerella?
Morini valuta con cautela le iniziative europee di dialogo con le forze democratiche russe in esilio, come la piattaforma avviata in seno al Consiglio d’Europa. Si tratta di un’opportunità simbolica per ricordare che esistono russi contrari alla guerra e al regime, ma con un impatto limitato sulla realtà interna.
Alcuni dissidenti hanno già criticato la scarsa rappresentatività dell’iniziativa, percepita come un’arena dominata da esuli non eletti e poco connessi alla società russa. Il rischio è quello di una passerella autoreferenziale, più efficace sul piano mediatico che su quello politico.
Gli scenari per il futuro
Nel breve-medio periodo, Morini non prevede cambiamenti politici significativi. Putin mantiene una forte capacità di controllo e gestione del potere.
I fattori che potrebbero realmente mettere in crisi il sistema sono soprattutto di natura economica o legati a una lotta interna tra élite. Un tracollo economico – non una semplice stagnazione – potrebbe rompere il patto sociale su cui si regge la “verticale del potere” putiniana.
Pressioni esterne o dinamiche politiche internazionali, secondo l’analisi della docente, difficilmente saranno decisive. A due anni dalla morte di Navalny, l’opposizione russa appare dunque divisa, dispersa e in gran parte in esilio. E, almeno per ora, senza una figura capace di raccogliere davvero il suo testimone.


