
Iran, una voce fuori dal coro, nel cuore di una manifestazione per la pace. Domenica pomeriggio, durante il corteo promosso a Firenze da sigle della sinistra pacifista contro la guerra in Medio Oriente, Leila Farahbakhsh, designer iraniana che vive in città da 15 anni, ha preso la parola per contestare pubblicamente l’iniziativa.
A raccontare la sua storia e le sue parole è il Corriere della Sera, che ha raccolto la sua testimonianza all’indomani dell’episodio.
«Perché non siete scesi in piazza per gli iraniani?»
«Perché siete stati in silenzio con 40mila morti?». È con questa domanda che Leila ha interrotto il corteo. Il riferimento è alle vittime civili delle proteste represse dal regime iraniano negli ultimi mesi. Secondo quanto dichiarato nell’intervista, la donna denuncia un silenzio che giudica incomprensibile: «Ogni giorno c’erano manifestazioni solo per i palestinesi, ma per gli iraniani niente».
Nel colloquio con il Corriere, Leila parla di «attacco feroce del regime contro la popolazione», di internet oscurato e di migliaia di morti in pochi giorni. Da qui la sua accusa: un attivismo che, a suo avviso, sarebbe selettivo. «I diritti umani devono essere uguali per tutti. Non si può fare attivismo selettivo», afferma.
«Mi sono sentita tradita»
La donna racconta di aver vissuto il corteo come «un coltello nel cuore degli iraniani». Dice di aver partecipato in passato alle manifestazioni per la Palestina e di aver organizzato personalmente iniziative legate allo slogan “Donna, vita e libertà”, nato dalle proteste iraniane.
Per questo motivo, sostiene, si aspettava solidarietà anche verso il popolo iraniano. «Mi vergogno di far parte di questa sinistra», afferma nell’intervista, pur precisando di non ritenere che i manifestanti sostengano il regime. Tuttavia, secondo lei, esisterebbe una parte dell’opinione pubblica che guarda con favore all’ideologia di Ali Khamenei solo in quanto contrapposta a Israele e agli Stati Uniti.
Guerra e speranza: «Forse un aiuto è arrivato»
Leila non nasconde la propria ansia per l’escalation militare, ma al tempo stesso parla di speranza. «Forse da soli non potevamo liberarci», dice.
Secondo la sua analisi, l’azione di Stati Uniti e Israele risponde a un intreccio di interessi geopolitici, ma rappresenterebbe anche un colpo a un regime che, a suo dire, «ha alimentato il terrorismo in Medio Oriente» e costituisce una minaccia per la stabilità regionale, anche sul fronte nucleare.
Alla domanda se Washington e Tel Aviv agiscano davvero per il bene del popolo iraniano, Leila risponde che si tratta di «un insieme di interessi», sottolineando però la differenza – a suo avviso – tra attacchi mirati a obiettivi militari e il lancio di missili contro civili.
Le sue parole hanno acceso il dibattito, portando al centro della discussione un nodo politico e morale: la coerenza delle mobilitazioni pacifiste e il modo in cui l’opinione pubblica occidentale guarda alle crisi internazionali, tra solidarietà selettive e accuse di doppi standard.


