
L’operazione militare contro l’Iran è stata lanciata perché non agire sarebbe stato più pericoloso che intervenire. È questo il messaggio principale arrivato dal briefing con la stampa organizzato dall’ambasciata israeliana in Italia, durante il quale l’ambasciatore Jonathan Peled ha illustrato le ragioni e gli obiettivi dell’offensiva condotta dagli Stati Uniti insieme ad Israele contro le infrastrutture militari iraniane.
Secondo il diplomatico, la decisione di colpire è maturata dopo mesi di escalation e dopo il fallimento dei tentativi diplomatici portati avanti dagli Stati Uniti e dai partner europei. L’operazione, ha spiegato, mira a neutralizzare le capacità nucleari, missilistiche e terroristiche di Teheran, creando allo stesso tempo le condizioni perché il popolo iraniano possa costruire un futuro diverso.
“Un regime che da 47 anni colpisce il mondo”
Nel suo intervento iniziale, Peled ha descritto l’Iran come una minaccia globale, ricordando le attività terroristiche attribuite al regime negli ultimi decenni, dagli attentati in Argentina negli anni Novanta fino agli attacchi contro cittadini israeliani e occidentali.
Il diplomatico ha citato anche la repressione interna delle proteste, sostenendo che decine di migliaia di iraniani sarebbero stati uccisi dal regime negli ultimi mesi durante le manifestazioni antigovernative.
Secondo l’ambasciatore, l’operazione militare non ha come obiettivo diretto un cambio di regime, ma intende rimuovere le capacità militari che rappresentano una minaccia per Israele e per l’intera comunità internazionale.
Il fallimento dei negoziati e la decisione di intervenire
Peled ha ricordato che dopo la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 esisteva ancora la speranza di un accordo diplomatico con Teheran, sostenuto dagli Stati Uniti e dai principali Paesi europei. Tuttavia, mentre erano in corso i tentativi di negoziato, l’Iran avrebbe accelerato lo sviluppo delle proprie capacità militari.
In particolare, Teheran avrebbe aumentato la produzione di missili balistici, i programmi nucleari e le infrastrutture militari sotterranee, le cosiddette “città dei missili”, alcune delle quali sono state colpite negli attacchi degli ultimi giorni. Quando i negoziati condotti dagli Stati Uniti non hanno prodotto risultati, Washington avrebbe deciso di avviare l’operazione militare.
Attacchi iraniani contro dieci Paesi
Secondo Peled, la risposta iraniana ha dimostrato che la minaccia non riguarda soltanto Israele. Il diplomatico ha affermato che dieci Paesi sono stati colpiti da attacchi iraniani, tra cui Israele, Giordania e diversi Stati del Golfo. Tra i Paesi coinvolti ha citato anche Azerbaigian, Turchia e Cipro.
Gli attacchi avrebbero preso di mira infrastrutture civili, strutture energetiche e aree turistiche, con l’obiettivo di destabilizzare l’economia e l’ordine internazionale. L’Iran avrebbe inoltre cercato di bloccare lo stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi commerciali ed energetici del mondo.
Secondo Peled, migliaia di missili e droni sarebbero stati lanciati contro Israele e altri Paesi della regione, con l’utilizzo anche di munizioni a grappolo, vietate dalle convenzioni internazionali. In Israele gli attacchi hanno provocato oltre dieci vittime e centinaia di feriti, mentre milioni di cittadini sono stati costretti a trascorrere giorni nei rifugi antiaerei.
La dimensione militare del conflitto: l’Iran in grado di colpire anche l’Europa e l’Italia
Durante il briefing è stato illustrato anche il quadro militare dell’operazione. Nei primi giorni di guerra sarebbero stati lanciati più di 200 missili iraniani, un numero inferiore alle stime iniziali dell’intelligence israeliana.
Israele si stava preparando a uno scenario molto più grave, con la possibilità di oltre cento missili al giorno. Le operazioni aeree israeliane e americane avrebbero però ridotto significativamente la capacità di lancio iraniana, colpendo tunnel sotterranei, piattaforme di lancio e sistemi mobili prima che potessero essere utilizzati.
L’Iran, secondo quanto riferito nel briefing, puntava a costruire un arsenale di circa 8.000 missili entro il 2027, un obiettivo che avrebbe rappresentato un cambiamento strategico nella regione.
Un altro elemento di preoccupazione riguarda la portata dei missili iraniani, che oggi raggiungono circa 2.000 chilometri ma potrebbero essere estesi facilmente oltre questa distanza grazie alle tecnologie già sviluppate dal Paese, inclusi i programmi spaziali.
Secondo le analisi presentate, questo significherebbe che anche parte dell’Europa potrebbe rientrare nel raggio dei missili iraniani, inclusa l’Italia. Durante il briefing è stata mostrata una diapositiva raffigurante un missile balistico fino a prima degli attacchi presente nell’arsenale di Teheran, il Khorransharr-4. Secondo l’intelligence di Israele, esiste una versione “alleggerita” nella testata di questo vettore, in grado così di avere una portata estesa a 3000 km. Quindi in grado di colpire Roma e altre città italiane.
Il secondo fronte con Hezbollah
Peled ha poi affrontato anche la situazione al confine con il Libano, dove Hezbollah ha aperto un secondo fronte. Negli ultimi mesi la presenza militare del gruppo sciita nel sud del Libano sarebbe aumentata nonostante i tentativi internazionali di limitarne l’influenza.
Israele ritiene che la missione Unifil non sia riuscita a impedire il riarmo del movimento, mentre l’esercito libanese non avrebbe avuto la capacità operativa per disarmare Hezbollah. Negli ultimi mesi sarebbero state registrate oltre duemila violazioni degli accordi di sicurezza, tra ricostruzione di infrastrutture militari, sviluppo di droni e rafforzamento delle unità operative del gruppo.
“Il problema Iran non riguarda certo solo Israele”
Nel corso del briefing è stato aperto uno spazio per le domande dei giornalisti. Alla nostra domanda sulle conseguenze globali del conflitto e sulla percezione internazionale della minaccia iraniana, l’ambasciatore Peled ha ribadito che l’attuale crisi dimostra come il problema non riguardi soltanto Israele.
Secondo il diplomatico, gli attacchi degli ultimi giorni hanno mostrato chiaramente che le capacità militari iraniane rappresentano un rischio per tutta la comunità internazionale, non solo per il Medio Oriente. Per questo motivo, ha concluso, Israele ritiene che l’operazione in corso sia necessaria per eliminare una minaccia esistenziale che per decenni ha colpito Israele, l’Europa e gli Stati Uniti. Se poi questo porterà ad un cambio di regime, questo “lo dovrà decidere il popolo iraniano”, ha affermato il diplomato. Certo, aiutato in questo da un regime fortemente ridimensionato, se non annientato, nella sua leadership e capacità repressiva.


