
A 91 anni, il filosofo politico americano Michael Walzer continua a osservare con lucidità gli equilibri internazionali. L’autore del celebre saggio “Guerre giuste e ingiuste”, pubblicato nel 1977 e diventato uno dei testi di riferimento per la teoria della guerra giusta, guarda con forte preoccupazione al conflitto tra Stati Uniti, Iran e Israele.
In una intervista a Repubblica, il professore analizza le conseguenze della decisione di Donald Trump di intervenire militarmente contro Teheran, delineando uno scenario che definisce pericoloso e difficile da controllare. Secondo Walzer, la scelta dell’ex presidente americano rischia di trasformarsi in un errore strategico con ripercussioni globali, dal piano militare a quello economico.
Il rischio di un’uscita precipitosa dalla guerra
Alla domanda se Trump si sia cacciato in un guaio con l’operazione militare contro l’Iran, Walzer risponde senza esitazioni: «Eccome».
Lo studioso ritiene che la Casa Bianca stia già cercando una via d’uscita dal conflitto. In particolare, osserva come alcune dichiarazioni pubbliche del leader americano lascino intravedere la volontà di chiudere rapidamente la fase militare.
Secondo Walzer, la frase pronunciata da Trump secondo cui “la guerra in Iran è quasi finita” rappresenterebbe proprio il tentativo di costruire una narrazione favorevole. «Sta cercando evidentemente una exit strategy, dichiarando una falsa “vittoria”», spiega nell’intervista a Repubblica.
Il problema, però, è che una ritirata prematura potrebbe avere conseguenze politiche e strategiche rilevanti. Israele, sottolinea il professore, teme di essere lasciato solo nel momento più delicato. «Gli israeliani sono terrorizzati che li abbandoni prima di terminare il lavoro, lasciandoli con il cerino in mano», avverte.

Divisioni negli Stati Uniti e timori per la crisi energetica
Nella lettura di Walzer, il conflitto rischia di produrre effetti destabilizzanti anche all’interno della politica americana. Il possibile aumento dei prezzi dell’energia, con gas e benzina in crescita, potrebbe alimentare il malcontento dell’elettorato proprio alla vigilia delle elezioni di Midterm.
Lo studioso parla di un’amministrazione già attraversata da tensioni interne. «Trump ha commesso un errore madornale con questa guerra insostenibile», afferma. Una situazione che, a suo giudizio, potrebbe aggravarsi rapidamente se il conflitto dovesse provocare una crisi energetica globale.
Secondo Walzer, anche all’interno dell’esecutivo americano emergono segnali di dissenso. Nell’intervista a Repubblica cita le parole del segretario di Stato Marco Rubio, che nel fine settimana avrebbe lasciato intendere come Israele abbia trascinato Washington nel conflitto.
Un quadro che alimenta le preoccupazioni del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu. «Netanyahu sta sudando freddo», osserva il filosofo.
Trump alleato inaffidabile secondo Walzer
Nel corso dell’intervista, Walzer esprime un giudizio molto netto sulla leadership di Trump.
«Trump è un narcisista. Pensa solo a se stesso. È e sarà sempre un alleato inaffidabile», afferma. Una valutazione che riguarda non solo i rapporti con Israele, ma anche con gli stessi oppositori del regime iraniano.
Secondo lo studioso, milioni di iraniani vedono negli Stati Uniti un possibile sostegno nella lotta contro la repubblica islamica, ma potrebbero restare delusi. «Si dimostrerà inaffidabile anche per loro», avverte.
Walzer paragona la situazione a quanto accaduto in Venezuela, dove i tentativi di pressione internazionale non hanno prodotto il cambiamento politico auspicato. «Rimozione del leader a parte, nel Paese non cambierà niente. Altro che libertà e democrazia», sostiene.

Il nuovo leader e il rischio di escalation
Un altro elemento che, secondo Walzer, complica i piani americani è la successione alla guida del sistema politico iraniano. La scelta del figlio di Khamenei come nuovo leader rappresenterebbe una continuità del regime che Washington non avrebbe previsto.
«Altro colpo ai piani di Trump», osserva il professore, parlando di una possibile ulteriore radicalizzazione del potere iraniano.
Se gli Stati Uniti decidessero di intensificare l’offensiva militare, lo scenario diventerebbe ancora più complesso. Walzer sottolinea che una campagna su larga scala richiederebbe inevitabilmente truppe di terra.
I possibili alleati regionali, però, non sembrano disponibili. «I curdi non vogliono essere più usati dagli americani, con poco o nulla in cambio», afferma. L’alternativa potrebbe essere l’invio di forze speciali per colpire gli impianti nucleari iraniani, ma si tratterebbe di una scelta estremamente rischiosa.
Una guerra preventiva, non una guerra giusta
Il tema della legittimità morale del conflitto è centrale nelle riflessioni di Walzer, che proprio su questo argomento ha costruito gran parte della sua carriera accademica.
Alla domanda se l’operazione militare contro l’Iran possa essere considerata una guerra giusta, la risposta è netta: «Assolutamente no».
Il professore distingue tra le operazioni militari dell’anno precedente, condotte contro infrastrutture nucleari e giustificate – a suo giudizio – dalla minaccia immediata contro Israele, e la guerra attuale.
«Questa invece è una guerra preventiva. Non giusta», conclude Walzer nell’intervista a Repubblica.
Un giudizio che riporta al centro del dibattito internazionale la questione della legittimità delle operazioni militari preventive, mentre il conflitto con l’Iran continua a sollevare interrogativi sulle sue possibili conseguenze globali.


