
L’ombra delle mine nello Stretto di Hormuz riporta il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele su uno dei punti più sensibili dell’economia mondiale: il passaggio da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto globale. L’allarme lanciato dagli 007 americani ha riaperto lo scenario più temuto dai mercati energetici e dalle cancellerie occidentali: il blocco della rotta che collega il Golfo Persico al resto del mondo.
Secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense, Teheran starebbe piazzando mine navali lungo la rotta commerciale. Un’ipotesi che ha immediatamente provocato reazioni politiche e militari. Donald Trump ha avvertito che l’Iran deve rimuovere gli ordigni o affrontare “conseguenze mai viste prima”, mentre gli alleati europei discutono la creazione di una scorta militare per le navi mercantili.
La minaccia delle mine e l’avvertimento di Trump
La tensione è salita dopo una serie di segnali arrivati nelle ultime ore dal Golfo Persico. Il presidente americano Trump ha dichiarato che le forze statunitensi hanno già distrutto dieci imbarcazioni sospettate di posare mine, annunciando che Washington è pronta a reagire con forza se l’Iran continuerà a minacciare la libertà di navigazione.
Il nodo strategico è lo Stretto di Hormuz, una lingua di mare larga poche decine di chilometri che separa Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti. Ogni giorno attraversano questo passaggio decine di petroliere dirette verso Europa, Asia e Stati Uniti. Se la rotta venisse minata o chiusa, l’impatto sui prezzi dell’energia sarebbe immediato e globale.
Il timore di un’escalation ha già avuto effetti sui mercati. Nelle ultime ore il prezzo del greggio ha registrato movimenti bruschi dopo un messaggio – poi cancellato – del segretario all’Energia americano Chris Wright, che aveva parlato della prima scorta militare a una petroliera nello stretto.
L’Europa studia una missione navale
Di fronte al rischio di paralisi dei traffici energetici, anche l’Europa sta valutando una risposta militare. Il presidente francese Emmanuel Macron ha convocato all’Eliseo un nuovo Consiglio di difesa, discutendo la partecipazione a una missione navale nello stretto. Parigi potrebbe mettere a disposizione due fregate, mentre la portaerei Charles de Gaulle è già stata inviata nell’area.
Il piano ricalcherebbe in parte la missione europea Aspides nel Mar Rosso, creata per difendere il traffico commerciale dagli attacchi degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran. Ma lo scenario di Hormuz è più complesso: la zona da controllare è molto più ampia e le minacce arrivano da ogni direzione.
La questione è stata discussa anche in una telefonata tra il premier britannico Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. L’obiettivo è coordinare una risposta comune per garantire la sicurezza delle rotte energetiche.
Una missione militare molto complessa
Proteggere le petroliere nello Stretto di Hormuz significa operare in uno degli spazi marittimi più militarizzati del pianeta. Le navi commerciali potrebbero essere colpite da missili costieri, droni, mine o mini-sottomarini iraniani.
Per questo una missione di scorta richiederebbe un dispositivo imponente: cacciatorpedinieri, fregate, elicotteri e velivoli anti-drone pronti a coprire un raggio di minaccia che arriva praticamente a 360 gradi.
Il primo segnale concreto è arrivato dal Regno Unito, che ha inviato il cacciatorpediniere HMS Dragon da Portsmouth verso il Golfo Persico. L’arrivo nell’area è previsto tra alcuni giorni, ma da solo non basterà a garantire la sicurezza delle rotte.
Il nodo politico della guida americana
Dietro il dibattito militare resta una questione politica. Londra e diversi governi europei ritengono che una coalizione navale a Hormuz non possa esistere senza la guida degli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, molti Paesi europei non vogliono assumersi il peso di una missione nata dopo l’attacco preventivo di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Il rischio è quello di essere trascinati in un conflitto più ampio proprio mentre il Golfo Persico si trasforma in una polveriera energetica e militare.
Se davvero le mine iraniane dovessero bloccare lo stretto, la guerra entrerebbe in una nuova fase: non più solo scontri militari, ma una battaglia diretta per il controllo del petrolio mondiale.


