
La guerra con l’Iran rischia di trasformarsi in un problema politico interno per Donald Trump, sempre più sotto pressione per l’impatto economico del conflitto e per il timore di una sconfitta alle elezioni di midterm di novembre. Dopo giorni di toni durissimi, il presidente americano ha iniziato a parlare di una possibile conclusione rapida delle operazioni militari, segnando un cambio di tono che riflette le crescenti preoccupazioni all’interno del Partito repubblicano.
Il cambio di tono della Casa Bianca
Solo poche ore dopo che il Pentagono aveva diffuso un messaggio estremamente bellicoso — «abbiamo appena iniziato a combattere» — Trump ha adottato un registro molto diverso, affermando che gran parte degli obiettivi militari sarebbe già stata raggiunta e che le operazioni potrebbero concludersi «molto presto».
Una posizione distante da quella espressa nei primi giorni della crisi, quando il presidente aveva parlato apertamente di “resa incondizionata” dell’Iran. Oggi invece Trump evita persino di usare la parola “guerra”, ridimensionando i dieci giorni di bombardamenti su migliaia di obiettivi iraniani a una semplice operazione militare.
Dietro questo cambio di rotta ci sarebbero diversi fattori. Da un lato la mancata capitolazione di Teheran, dall’altro l’irritazione della Casa Bianca verso Benjamin Netanyahu, accusato negli ambienti vicini a Trump di aver contribuito a far impennare il prezzo del petrolio con i bombardamenti sui depositi iraniani di greggio.
L’allarme dei sondaggi tra i repubblicani
A pesare sulla strategia americana sono soprattutto i sondaggi sull’impopolarità del conflitto. Secondo le rilevazioni citate dagli analisti politici, la guerra è bocciata da tutti gli elettori democratici e da circa due terzi degli indipendenti. Anche tra i repubblicani il consenso non è più compatto: l’appoggio resta molto forte tra gli elettori del movimento Maga, ma cala sensibilmente tra i repubblicani moderati.
Nel partito nessuno contesta apertamente il presidente — una critica diretta sarebbe considerata antipatriottica — ma cresce la pressione per individuare una “exit strategy”. Il leader dei repubblicani al Senato, John Thune, ha auspicato una rapida conclusione delle ostilità per riportare stabilità sui mercati.
Parallelamente la Casa Bianca starebbe cercando canali diplomatici indiretti. Il consigliere di Trump Steve Witkoff ha mostrato apertura verso una possibile mediazione russa, nella speranza che Vladimir Putin possa spingere Teheran a negoziare.
Il fattore decisivo: il prezzo della benzina
Più che la dimensione geopolitica del conflitto, a pesare sull’opinione pubblica americana è l’impatto economico della guerra, in particolare l’aumento del prezzo della benzina. L’inflazione era già stata il principale fattore dell’impopolarità di Joe Biden e rischia ora di colpire anche l’amministrazione Trump.
Solo due settimane fa, nel discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente aveva rivendicato il calo del prezzo della benzina fino a 2,30 dollari al gallone, promettendo di farlo scendere persino sotto i due dollari. Con l’inizio della guerra la situazione si è ribaltata: il prezzo medio alla pompa è salito fino a 3,48 dollari, con la prospettiva di arrivare a quattro dollari se il petrolio dovesse restare a lungo sopra quota 100 dollari al barile.
Il rincaro del carburante è diventato rapidamente il principale tema nei media conservatori e tra gli influencer vicini al presidente, che temono pesanti conseguenze elettorali.
Il mercato del petrolio e le contromisure di Washington
Per evitare un’escalation economica, la Casa Bianca ha iniziato a correre ai ripari. Trump ha autorizzato l’utilizzo della riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti e ha disposto l’invio di unità della US Navy nello Stretto di Hormuz per scortare le petroliere.
Le misure hanno provocato una forte oscillazione dei mercati energetici. In poche ore il prezzo del greggio è passato da 119 a 84 dollari al barile, un’oscillazione di oltre trenta dollari in un solo giorno, un livello di volatilità raramente visto negli ultimi decenni.
Per gli investitori si tratta di un mercato estremamente instabile, mentre per la Casa Bianca il vero obiettivo resta politico: ridurre l’impatto economico della guerra prima che il voto di novembre trasformi il conflitto con l’Iran in un problema elettorale interno.


