
Scintille in Parlamento dove Roberto Vannacci segna una netta distanza dal resto del centrodestra. Al termine delle comunicazioni della premier Giorgia Meloni dedicate ai conflitti in Iran e Ucraina, l’ex capo della Folgore ha annunciato lo strappo di Futuro Nazionale sulla risoluzione di maggioranza. Il motivo del contendere è il perdurante sostegno economico a Kiev, giudicato ormai insostenibile in un momento in cui, come spiega Vannacci, «si sta abbattendo una catastrofe economica sugli italiani» a causa dell’instabilità in Medio Oriente. Il leader di Futuro Nazionale è stato durissimo, chiedendo di interrompere immediatamente il flusso di finanziamenti esteri: «Basta denari sottratti ai nostri interessi primari e basta soldi a chi li spende per cessi d’oro, ville e yacht di lusso e serate con prostitute».
La strategia incondizionata sotto accusa
Il leader di Futuro Nazionale punta il dito contro quella che definisce una «strategia di sostegno incondizionato» che, dopo quattro anni di conflitto, non ha prodotto alcun risultato concreto in termini di ripristino dell’integrità territoriale ucraina. Per Vannacci, la gestione delle risorse da parte di Zelensky è del tutto opaca, tanto da sollevare dubbi sulla reale destinazione degli aiuti militari: «invia ordigni bellici in Medio Oriente invece di usarli per difendere la propria terra». Secondo l’esponente politico, è tempo di privilegiare la tutela degli interessi nazionali rispetto a un impegno esterno che appare privo di una fine certa.
Il paragone che Vannacci usa per colpire la linea del governo è quello con Cipro, occupata per metà dai turchi fin dal 1974. «Risorse infinite per un Paese non appartenente all’Unione Europea quando per Cipro, Paese della Ue invaso per metà dai turchi dal 1974, Bruxelles non ha mosso un dito», tuona l’ex generale, evidenziando quella che percepisce come un’evidente disparità di trattamento da parte di Bruxelles. La posizione di Futuro Nazionale, che conta anche tre deputati alla Camera, si fa così sempre più battagliera, trasformando il dibattito sulla politica estera in un banco di prova sempre più scivoloso per l’intera coalizione di governo.

