
A poco più di un chilometro dal confine con il Libano, nel kibbutz Sasa, la guerra non è una notizia ma una condizione quotidiana. Sirene, bunker, evacuazioni e ritorni. E soprattutto un trauma che, dopo il 7 ottobre 2023, non si è mai davvero trasformato in “post-trauma”.
A raccontarlo è Angelica Edna Calò Livne, educatrice, scrittrice e fondatrice di Beresheet LaShalom, realtà impegnata nel dialogo tra giovani di comunità diverse. Nata a Roma, vive in Israele dal 1975. La sua voce restituisce uno sguardo diretto su cosa significa vivere in prima linea, tra guerra, paura e la difficile difesa dell’idea di pace.
“Viviamo come in lockdown, ma sotto i missili”
«Il kibbutz Sasa è a un chilometro e duecento dal confine. Da noi i missili arrivano prima e poi suona la sirena», racconta Il clima, nelle ultime settimane, è cambiato drasticamente. «È come durante il lockdown, ma molto peggio. Siamo chiusi, sempre pronti a correre nei bunker. Negli ultimi giorni è stato un delirio».
A rendere ancora più pericolosa la situazione è la tipologia degli attacchi: «I missili, anche dal Libano e dall’Iran, sono spesso a grappolo. Si aprono in aria e ogni frammento può distruggere tetti, case, auto». Un dramma, quello degli attacchi iraniani su Israele con munizionamento a grappolo, che abbiamo raccontato più volte negli ultimi giorni su The Social Post.
Dopo il 7 ottobre 2023: “Siamo ancora dentro il trauma”
L’evento che ha cambiato tutto resta però il 7 ottobre 2023. «Ci ha sconvolto. Non siamo ancora nel post-trauma, siamo dentro il trauma», spiega.
Per chi, come Angelica, ha sempre lavorato nel dialogo tra popoli, il colpo è stato anche ideologico. «Ho sempre creduto nel confronto, nel dialogo. Cioè, per dirti, io ho sempre pensato che la guerra non serve a niente, bisogna parlare, bisogna dialogare, bisogna trovare un modo per fare comunità. Però né con Hamas, né con Hezbollah, né con l’Iran, né con l’ISIS, non si può parlare, capisci? Perché questi individui, loro non cercano il discorso con te, cercano solo di distruggerti».
Un passaggio che segna una frattura anche tra gli stessi israeliani: «Oggi il Paese è diviso. C’è chi dice basta guerra e chi invece pensa che bisogna estirpare il terrorismo. Ma non sappiamo se sia davvero possibile».
La vita quotidiana tra bunker e comunità
La guerra di Israele con Hamas e oggi contro l’Iran e gli alleati Hezbollah ha cambiato radicalmente la vita delle comunità del nord. Ma già dopo il 7 ottobre 2023 molti kibbutz sono stati evacuati. «Il mio è rimasto vuoto per quasi due anni. Le persone sono tornate solo da pochi mesi. E ora siamo di nuovo punto e a capo».
La quotidianità si è adattata alla guerra. Ci sono rifugi organizzati per i bambini, dove si prova a mantenere una parvenza di normalità, e spazi dedicati agli anziani, per evitare isolamento e depressione. Molte attività si svolgono direttamente nei bunker. «A stare soli in casa si impazzisce. La depressione cresce. La vita normale non esiste più».
Il rischio di spopolamento del nord Israele
Uno degli effetti più profondi è quello demografico. «Città come Kiryat Shmona sono semivuote. Il 70% delle persone non è tornato. Molti vendono le case».
Le università hanno chiuso per lunghi periodi, le attività economiche si sono fermate, e il ritorno alla normalità appare lontano. «Nell’Università dove insegno abbiamo riaperto da poco e poi richiuso di nuovo. È una situazione instabile, continua».
Informazione e percezione: “Dall’estero si vede solo una parte”
Guardando all’Italia, Angelica sottolinea una distanza tra percezione e realtà. «Capisco gli italiani, sono persone empatiche. Vedono immagini di distruzione e sofferenza e reagiscono. Ma non sempre hanno il quadro completo».
Il riferimento è anche al racconto del 7 ottobre: «Molti non sanno davvero cosa è successo. E senza capire quel punto, è difficile comprendere la reazione di Israele».
La paura di una guerra più ampia. E’ possibile immaginare un futuro diverso?
Nel kibbutz il timore è concreto: «C’è la paura che il conflitto si allarghi. E non è una paura astratta, la viviamo ogni giorno». La guerra non è solo una questione militare, ma personale. «Ho quattro figli. Tre sono stati a combattere a Gaza. Sono tornati, ma non sono più gli stessi. Non hanno più la luce negli occhi».
Angelica ha sempre lavorato per costruire ponti tra giovani di comunità diverse. Le abbiamo chiesto se pensa che quel dialogo possa avere ancora un ruolo. «Io come posso definirmi? – ha risposto – Donna di educazione, pedagoga, ok? Io credo, soprattutto e prima di tutto, nell’educazione. Se veramente si inseriranno persone del Parlamento europeo o dell’ONU, persone serie, persone che potranno entrare nelle scuole di Gaza, entrare nelle scuole, se Dio vuole, se cambierà il governo in Iran, ma che possano insegnare ai bambini che dall’altra parte del confine ci sono esseri umani, come facciamo noi giorno per giorno, capisci?», afferma nel passaggio più accorato dell’intervista.
E aggiunge un ricordo drammatico. «Vorrei ricordare quello che è successo il 7 ottobre, una delle prime persone che è stata uccisa è stata Vivian Silver, che con me aveva creato Bereshit La Shalom, che è appunto questo teatro multiculturale di ragazzi ebrei, arabi, eccetera. Lei aveva creato Donne della Pace, donne ebrei, musulmane, cristiane. Io facevo parte anche di questa sua associazione. E’ impossibile dimenticare come è stata massacrata». Uccidendo brutalmente un simbolo di pace e forse anche la sua possibilità di esistere in futuro, aggiungiamo noi.
Difendere la pace, anche adesso
Ma nonostante tutto, Angelica continua a parlare di pace. «È la parola più importante per noi. Senza pace non possiamo sopravvivere».
Il suo lavoro con Beresheet LaShalom prosegue, anche se in un contesto molto più difficile. «Ci sono persone con cui non si può dialogare. Ma ci sono anche persone, dall’altra parte, che vogliono costruire».
E racconta un episodio simbolico: «Durante un matrimonio nel kibbutz, abbiamo visto fuochi d’artificio dall’altra parte del confine. Anche lì c’era un matrimonio. Abbiamo pensato: potrebbero essere amici. Forse un giorno non ci sarà più questo confine». In un contesto segnato da violenza e paura, resta questa immagine. Fragile, ma ancora possibile.


