
Iran, «Stiamo andando alla grande. Stiamo stravincendo». È con questo tono che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto alle domande dei giornalisti durante un colloquio con i media internazionali alla Casa Bianca, a cui ha preso parte anche il Corriere della Sera con l’inviata Viviana Mazza.
Alla richiesta di chiarire l’andamento del conflitto e, in particolare, le difficoltà legate alla riapertura dello Stretto di Hormuz dopo il rifiuto europeo di collaborare, Trump ha mantenuto la linea dell’ottimismo: «Francamente, nessuno ha mai visto una cosa del genere, e non ci vorrà molto tempo».
Parole che riflettono l’approccio comunicativo già visto in altre fasi della crisi: sicurezza ostentata, poche sfumature, nessuna apertura a scenari complessi.
La distanza tra narrazione politica e analisi strategica
Il punto è proprio questo: se c’è qualcuno che dovrebbe avere un quadro completo della situazione, è il presidente degli Stati Uniti. Eppure, proprio mentre Trump insiste nel descrivere una vittoria netta, il dibattito tra analisti e osservatori internazionali racconta una realtà molto più articolata.
Emile Hokayem, direttore dell’International Institute for Strategic Studies, sintetizza il problema: anche disponendo dei migliori dati di intelligence, «le metriche e la superiorità tecnologica non bastano a spiegare l’andamento reale di una guerra».
Il nodo centrale sta nella differenza tra risultati operativi e obiettivi strategici. Sul piano militare, infatti, i numeri sembrano dare ragione a Washington e a Tel Aviv. Ma la guerra non si misura solo in termini di bersagli colpiti o infrastrutture distrutte.
Una prima fase che si avvia alla conclusione
Quello che appare sempre più evidente è che il conflitto sta entrando in una nuova fase. Non necessariamente la fine della guerra, ma probabilmente la fine della sua prima fase. Le operazioni condotte da Stati Uniti e Israele sono state pianificate con largo anticipo e hanno prodotto risultati significativi: migliaia di attacchi in poche settimane, una netta superiorità aerea e una forte pressione sulle strutture militari iraniane.
Lo stesso Hokayem parla di un «successo operativo sbalorditivo». Ma è un successo che non si traduce automaticamente in una vittoria politica. Alcune mosse degli stessi Stati Uniti suggeriscono, infatti, che il quadro sia meno solido di quanto dichiarato pubblicamente: il rafforzamento improvviso della presenza militare, lo spostamento di sistemi di difesa e il coinvolgimento di alleati riluttanti indicano una situazione ancora fluida, lontana da un esito definitivo.
La strategia iraniana e il fattore politico
Se si guarda dall’altra parte, emerge un elemento chiave: l’Iran non ha mai puntato a vincere sul piano militare tradizionale. Ha scelto invece una strategia di resistenza e di pressione indiretta.
Consapevole della propria inferiorità tecnologica, Teheran ha cercato di colpire dove l’avversario è più vulnerabile: il piano politico ed economico. La paralisi dello Stretto di Hormuz, ottenuta anche solo attraverso la minaccia e l’incertezza, ne è l’esempio più evidente.
Il risultato è un ribaltamento parziale della narrativa: mentre Washington parla di vittoria, l’Iran riesce comunque a mantenere un potere di interdizione capace di influenzare l’economia globale e di mettere sotto pressione gli stessi Stati Uniti.
Il paradosso di Hormuz
Il conflitto ha prodotto un paradosso strategico evidente. L’obiettivo principale degli Stati Uniti è diventato proprio quello di riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la chiusura dello stretto è una conseguenza diretta della guerra stessa.
Come sottolineano diversi analisti, tra cui Gideon Rachman, questo ha consegnato all’Iran uno strumento di deterrenza estremamente efficace, forse persino più del nucleare: la capacità di bloccare un nodo cruciale per il commercio energetico mondiale.
Il rischio è duplice: una crisi economica immediata e, nel lungo periodo, la consapevolezza da parte iraniana di poter esercitare una pressione costante sull’economia globale.
Gli scenari possibili
A questo punto, le opzioni sul tavolo non sono semplici. Secondo Nate Swanson dell’Atlantic Council, gli Stati Uniti potrebbero scegliere tra tre strade.
La prima è un ritiro accompagnato da una dichiarazione di vittoria, una soluzione già vista in altri contesti. La seconda, molto più delicata, prevede un coinvolgimento diretto più ampio, con l’impiego di truppe sul terreno: uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava impensabile.
La terza ipotesi è quella di alimentare tensioni interne all’Iran, trasformando il conflitto in una crisi interna al Paese. Nessuna di queste opzioni, tuttavia, appare risolutiva nel breve periodo.
Una guerra che potrebbe non finire davvero
Anche nel caso di un cessate il fuoco, i nodi di fondo resterebbero irrisolti. Le capacità militari iraniane, pur ridimensionate, non sarebbero eliminate. Le tensioni politiche interne continuerebbero. E il dossier nucleare resterebbe aperto.
Secondo Ali Vaez dell’International Crisis Group, una tregua rischierebbe di essere solo temporanea: un modo per guadagnare tempo prima di una nuova escalation.
In questo quadro, emerge un ultimo elemento spesso sottovalutato: la capacità di resistenza dell’Iran. Come osserva ancora Hokayem, Teheran può contare su tre fattori decisivi — posizione geografica, tempo e asimmetria — che le consentono di prolungare il conflitto e aumentare i costi per gli avversari.
Tra ottimismo politico e realtà sul campo
Le dichiarazioni di Trump, pronunciate davanti ai media internazionali, restituiscono l’immagine di una guerra sotto controllo e vicina alla conclusione. Ma le analisi degli esperti raccontano una storia più complessa, fatta di equilibri instabili, obiettivi ancora incerti e rischi di lungo periodo.
La distanza tra queste due narrazioni è oggi uno degli elementi più significativi del conflitto. Ed è proprio in questo spazio che si gioca la partita più difficile: quella tra la percezione della vittoria e la realtà della guerra.


