
Donald Trump torna a parlare di negoziati con l’Iran, sostenendo che gli Stati Uniti siano impegnati in colloqui con un alto funzionario della leadership di Teheran e che su diversi punti chiave ci sia già una convergenza. Una versione che però viene smentita dalle autorità iraniane, alimentando un quadro di forte incertezza diplomatica nel pieno della crisi in Medio Oriente.
Trump: “Accordi su punti chiave, colloqui produttivi”
Secondo il presidente statunitense, gli emissari americani avrebbero avviato contatti diretti con un esponente di alto livello del sistema iraniano, definito “molto rispettato”, anche se non appartenente alla guida suprema. Trump ha spiegato di non voler rivelare l’identità dell’interlocutore “per non metterlo in pericolo”, ma ha assicurato che le parti sarebbero allineate su diversi dossier fondamentali.
Tra i punti indicati dal presidente, l’Iran avrebbe manifestato disponibilità a rinunciare allo sviluppo di armi nucleari, a limitare il programma missilistico e a riaprire lo Stretto di Hormuz, nodo strategico per il commercio energetico globale. Trump ha inoltre collegato questi sviluppi alla decisione di sospendere per cinque giorni gli attacchi contro infrastrutture energetiche iraniane, parlando di colloqui “molto buoni e produttivi” destinati a proseguire nei prossimi giorni.
Teheran nega: “Nessun negoziato in corso”
La ricostruzione americana viene però respinta da Teheran. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiarito che non esistono colloqui diretti con Washington, pur riconoscendo l’attività di alcuni Paesi mediatori impegnati a ridurre le tensioni nella regione.
Secondo fonti iraniane, il passo indietro degli Stati Uniti sugli attacchi sarebbe piuttosto legato alla pressione militare esercitata dall’Iran e alle reazioni dei mercati internazionali, scossi dal rischio di una crisi energetica globale. La divergenza tra le due versioni evidenzia la fragilità del momento e la difficoltà di interpretare i reali sviluppi diplomatici.
I contatti indiretti e il ruolo dei mediatori
Dietro le quinte, tuttavia, emergono segnali di un’attività diplomatica in corso. Secondo fonti internazionali, Turchia, Egitto e Pakistan starebbero svolgendo un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran, facilitando lo scambio di messaggi tra le parti.
Un funzionario israeliano ha inoltre riferito che inviati statunitensi, tra cui Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero avuto contatti con il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, mentre si starebbe lavorando all’organizzazione di un possibile incontro diretto, ipoteticamente in Pakistan. Su questo la Casa Bianca, interpellata tra gli altri da Axios, non ha voluto commentare.
Il nodo Hormuz e i riflessi sui mercati
La crisi ruota attorno allo Stretto di Hormuz, punto cruciale per il transito del petrolio globale. L’ultimatum lanciato da Trump per la sua riapertura aveva fatto temere un’escalation militare su larga scala, con immediate ripercussioni sui mercati energetici e finanziari.
Il successivo rinvio degli attacchi ha invece prodotto una reazione opposta, con il rialzo dei mercati azionari e il calo dei prezzi del petrolio. Tuttavia, la situazione resta estremamente fluida: tra aperture diplomatiche e smentite ufficiali, il rischio di un nuovo deterioramento resta concreto, mentre il destino dei negoziati – se realmente in corso – appare ancora incerto.


