
La linea è tracciata, e non ammette deviazioni. Giorgia Meloni sceglie la fermezza e chiude una delle pagine più delicate del suo governo: Daniela Santanchè deve lasciare. Nessuna trattativa, nessuna uscita negoziata. Il messaggio, maturato nel confronto con Ignazio La Russa, è netto: il tempo è scaduto.
La premier parte per Algeri con il dossier già definito. Non vuole più parlare con la ministra, dopo il confronto della notte precedente. Il caso è ormai politico prima ancora che personale, e la gestione passa nelle mani del presidente del Senato. Nel frattempo, però, il partito ribolle.
Dentro Fratelli d’Italia si diffondono veleni incrociati. Voci, smentite, retroscena che si rincorrono nei corridoi: si parla di scambi, di dimissioni incrociate, perfino del coinvolgimento di Giovanni Donzelli. Tutto viene smentito, ma il clima resta teso, inedito per una forza politica abituata alla disciplina.
Nel viaggio istituzionale, Meloni mantiene il controllo. L’incontro con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune procede secondo protocollo: al centro i dossier energetici, con l’Italia impegnata a rafforzare le forniture di gas in uno scenario internazionale complicato. Ma la politica interna incombe.

È durante la trasferta che arriva la conferma definitiva: Santanchè è fuori dal governo. La comunicazione ufficiale viene preparata e diffusa nel tardo pomeriggio. Alla sua cerchia più ristretta, Meloni affida una frase che pesa più di molte dichiarazioni pubbliche: «Ho rimediato a degli errori».
Il capitolo si chiude, ma le conseguenze restano. La premier vuole ripartire subito, consapevole che la sconfitta al referendum ha lasciato un segno profondo. L’obiettivo è riconnettersi con un elettorato che ha mandato un segnale chiaro, e per farlo serviranno scelte visibili.
Le prime mosse passano dalle nomine. Sul tavolo ci sono cambiamenti nei sottosegretari – dalla Giustizia agli Esteri, fino a Università e Cultura – e soprattutto la scelta del nuovo ministro del Turismo. L’ipotesi di un interim resta aperta, utile per guadagnare tempo e ridefinire gli equilibri.

Ma il vero banco di prova è il riassetto delle grandi aziende di Stato. Nel vertice di maggioranza si discuterà di nomi e strategie: possibili cambi ai vertici di Eni, Enel, Leonardo e Terna, con valutazioni anche sugli amministratori delegati. Segnali di discontinuità richiesti da più parti dentro l’esecutivo.
Intorno alla premier, però, il quadro si complica. Matteo Salvini deve ricompattare la Lega, mentre Antonio Tajani gestisce le tensioni dentro Forza Italia. Meloni sa di trovarsi nel passaggio più difficile della legislatura: una fase in cui ogni errore pesa doppio e ogni scelta può ridisegnare gli equilibri della maggioranza.


