
Il cielo andaluso, di un blu intenso e immobile, fa da cornice al silenzio di un uomo che ha scelto l’esilio volontario per smaltire il veleno di una disfatta sportiva e umana. Rino Gattuso, ormai ex commissario tecnico della Nazionale, si è rifugiato nel sud della Spagna per sfuggire al riverbero del fallimento azzurro, circondato solo dall’affetto della moglie Monica e dei figli. Nelle sue parole, affidate a chi gli è rimasto accanto, vibra ancora l’orgoglio per aver ricostruito un gruppo in cui nessuno voleva più mettere piede, ma anche una rabbia sorda contro quelli che definisce “sciacalli”. Il riferimento è alle speculazioni sui premi mondiali: per Gattuso è inaccettabile insinuare che i suoi ragazzi pensassero al denaro alla vigilia della sfida decisiva a Zenica contro la Bosnia.
Il terremoto di Zenica e il giallo del regolamento
Le dimissioni, arrivate ufficialmente venerdì, sono state posticipate solo per garantire la tutela economica del suo staff, nonostante il contratto scadesse il 20 luglio. Fedele al suo stile, Rino ha rinunciato a ogni centesimo personale per “non sentirsi un peso”. Eppure, il rimpianto per la mancata qualificazione ai Mondiali resta una ferita aperta, alimentata da un regolamento che definisce assurdo. La ricostruzione di Gattuso su un episodio chiave è beffarda: se Donnarumma non avesse parato il tocco di mano di Dzeko, il gol bosniaco sarebbe stato annullato. Invece, l’intervento del portiere ha rimesso in gioco la palla finita sui piedi di Tabakovic, siglando un pareggio che ha dato il via all’incubo.
L’ex CT difende con le unghie le scelte tecniche finite nel mirino della critica. Sul banco degli imputati c’è soprattutto il giovane Esposito, primo rigorista della sfortunata serie finale. Gattuso chiarisce che il ragazzo non era il designato iniziale, ma si è offerto per coraggio e frenesia giovanile: lo staff non ha voluto spezzare quel meccanismo psicologico, e a nulla sono valse le occasioni sprecate da Kean o dallo stesso Pio per chiudere il match sul 2-0. Mentre senatori come Donnarumma e Locatelli affidano il dolore ai social, e il solo Spinazzola ci mette la faccia davanti ai microfoni, Gattuso prova a guardare oltre, consapevole che nel calcio, come nella sua prima Champions vinta ai rigori, basta un centimetro per cambiare la storia. Ma questa volta, il miracolo non è avvenuto.

