
La morte di Lorena Paolini, la 53enne trovata senza vita nella sua abitazione di Ortona, in provincia di Chieti, torna al centro dell’attenzione giudiziaria. I familiari della donna si oppongono alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, che si basa sull’ipotesi di suicidio, e attraverso consulenze tecniche di parte mettono in discussione la ricostruzione ufficiale. Secondo i legali, emergono elementi ritenuti incompatibili con un gesto volontario e capaci di riaprire interrogativi sulla dinamica del decesso.
Al centro della contestazione ci sono i risultati dell’autopsia e, in particolare, i segni rilevati sul collo della vittima. L’avvocato Nicola Rullo, che rappresenta lo zio della donna, parla di “incongruenze macroscopiche”, sottolineando come l’angolazione dei segni non sarebbe compatibile con un’impiccagione. A questo si aggiunge un altro punto ritenuto cruciale: la corda che sarebbe stata utilizzata non è mai stata repertata, perché, secondo quanto emerso, sarebbe stata fatta sparire.
Le versioni contrastanti e i dubbi sulla dinamica
La vicenda prende avvio il 18 agosto 2024, quando i soccorritori intervengono nell’abitazione della donna su richiesta del marito. In un primo momento viene riferito un malore, ma i segni sul collo fanno nascere sospetti e portano all’intervento dei Carabinieri. Nelle ore successive, anche il medico legale intervenuto sul posto avrebbe indicato inizialmente uno strangolamento come possibile causa della morte.
Nel corso delle indagini, però, la ricostruzione cambia. Il marito, inizialmente fermo sulla versione del malore, mesi dopo parla di un’impiccagione avvenuta in casa. Una versione che, secondo l’accusa, si inserisce in un quadro di dichiarazioni non coerenti, tanto che alcuni familiari sono stati indagati per false informazioni all’autorità giudiziaria.
Il nodo della corda scomparsa
Uno degli elementi più controversi riguarda proprio la corda. Secondo quanto riferito agli inquirenti, sarebbe stata nascosta e poi eliminata il giorno stesso della morte. Un comportamento che, per i legali dei familiari della vittima, rappresenta un elemento difficilmente conciliabile con la tesi del suicidio e che rafforza i dubbi sulla ricostruzione complessiva dei fatti.
Le consulenze di parte evidenziano inoltre l’assenza di corrispondenza tra le fibre rilevate sul collo e il punto in cui sarebbe avvenuta l’impiccagione. Un dettaglio tecnico che, secondo la difesa dei familiari, indebolirebbe ulteriormente l’ipotesi sostenuta dalla Procura.
Attesa per la decisione del gip
Nonostante le criticità evidenziate, la Procura di Chieti ha comunque chiesto l’archiviazione del caso, basandosi sulle conclusioni medico-legali che propendono per il suicidio. Ora la decisione spetta al giudice per le indagini preliminari, chiamato a valutare le opposizioni presentate e gli elementi raccolti nel corso dell’inchiesta.
Nel frattempo, la famiglia della donna continua a chiedere che venga fatta piena luce su quanto accaduto. Secondo i parenti, la vittima non mostrava segnali compatibili con un gesto estremo e stava portando avanti progetti personali, elementi che renderebbero ancora più difficile accettare la ricostruzione attuale.


