
Le rotte del commercio mondiale passano da strettoie fragili, dove basta poco per fermare tutto. Navi in fila, traffici vitali, equilibri che si reggono su pochi chilometri di mare. E quando la tensione sale, anche il passaggio più breve può diventare il più pericoloso. È lì che si concentra l’attenzione internazionale. L’ammiraglio Giuseppe Berruti Bergotto ha delineato il possibile contributo italiano a una missione nello Stretto di Hormuz, sottolineando però una condizione fondamentale: intervenire solo a ostilità concluse.
Le minacce nello Stretto
Secondo l’ammiraglio, nell’area non ci sono solo le mine navali, ma anche altre minacce:
- i barchini armati dei pasdaran
- possibili attacchi missilistici
- un contesto di crescente insicurezza per la navigazione
Lo stretto, largo appena 33 chilometri, rende le navi particolarmente vulnerabili: il traffico mercantile passa a circa 18 chilometri dalle coste iraniane, distanza facilmente raggiungibile.
Il piano italiano
La pianificazione ipotizzata prevede un dispositivo composto da:
- due cacciamine
- una nave di scorta
- un’unità logistica
In totale, quattro navi, inserite però all’interno di una coalizione internazionale insieme ad altri Paesi europei.
Il ruolo dei cacciamine
La Marina italiana dispone di unità specializzate, come quelle della classe Gaeta, in grado di individuare e neutralizzare ordigni subacquei tramite:
- mezzi a pilotaggio remoto
- sonar e telecamere
- interventi di sommozzatori del Comsubin
Si tratta però di operazioni lente e delicate: si bonificano uno o due chilometri all’ora, rendendo le navi impegnate particolarmente esposte.
“Intervenire solo a conflitto finito”
Per questo, Berruti Bergotto è chiaro:
«Le operazioni di sminamento devono essere effettuate in una situazione non conflittuale».
Un principio condiviso a livello internazionale, vista la vulnerabilità dei mezzi durante le operazioni.
Missioni e cooperazione
Attualmente l’Italia è già impegnata in missioni europee come:
- Atalanta, contro la pirateria
- Aspides, per la sicurezza nel Mar Rosso
Operazioni sempre svolte in ambito multinazionale, elemento ritenuto essenziale per efficacia e sicurezza.
L’impatto globale
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale.
Anche se l’Italia importa solo il 5% del petrolio da quell’area, le tensioni hanno già fatto salire i prezzi fino al +40%, segno di quanto il sistema sia interconnesso.
Una decisione politica
L’eventuale intervento resta comunque una scelta del governo.
La Marina, però, ribadisce di essere pronta: un dispositivo già pianificato, in attesa solo di capire quando e se le condizioni lo permetteranno.


