
Per quasi trent’anni aveva timbrato lo stesso cartellino, nello stesso posto. Una routine fatta di lavoro, responsabilità e quotidianità che sembrava immutabile. Poi, all’improvviso, tutto si è spezzato. Una contestazione, un licenziamento in tronco e, pochi giorni dopo, una tragedia che ha lasciato un vuoto impossibile da colmare. A distanza di quasi due anni, arriva una svolta giudiziaria nel caso di Paolo Michelotto, il magazziniere di 55 anni che si tolse la vita dieci giorni dopo essere stato licenziato nell’agosto 2024.
Il licenziamento dichiarato illegittimo
Il giudice del lavoro del tribunale di Venezia ha stabilito che il licenziamento era illegittimo, accogliendo il ricorso dei familiari.
Michelotto era stato allontanato dall’azienda per un presunto danno di 280 euro, decisione presa dopo 27 anni di lavoro presso la sede Metro di Marghera.
La battaglia della famiglia
I familiari non hanno mai accettato quella decisione e hanno avviato una battaglia legale per ottenere giustizia.
Una battaglia durata anni, che ora trova un primo riconoscimento nella sentenza che annulla il provvedimento disciplinare.
Una vicenda che riapre interrogativi
Il caso solleva interrogativi profondi su:
- la proporzionalità delle sanzioni disciplinari
- la gestione dei rapporti di lavoro
- il peso umano delle decisioni aziendali
Il peso di una decisione
La pronuncia del tribunale non cambia quanto accaduto, ma rappresenta un passaggio importante per i familiari.
Resta il segno di una vicenda in cui una decisione lavorativa si è intrecciata con una tragedia personale, lasciando aperte ferite difficili da rimarginare.


