
L’inchiesta giornalistica che sta scuotendo le cancellerie europee e i servizi di sicurezza internazionali getta una luce nuova e quasi romanzesca sul sabotaggio del gasdotto Nord Stream 2. Al centro di questa intricata vicenda emerge la figura di Freya, una donna la cui biografia sembra uscita da una sceneggiatura cinematografica, ma che invece rappresenta un tassello fondamentale in una delle operazioni di guerriglia subacquea più audaci e controverse della storia recente. La sua partecipazione alla squadra di sommozzatori che ha minato l’infrastruttura russa nel Mar Baltico non è solo un dettaglio di colore, ma ridefinisce i contorni di una missione che ha cambiato gli equilibri energetici del continente.
Il coraggio tra i ghiacci del Baltico
Secondo quanto riportato dal giornalista Bojan Pancevski del Wall Street Journal nel suo ultimo libro, Freya si sarebbe distinta come l’elemento più intrepido dell’intero commando. Mentre i sommozzatori scendevano nelle profondità oscure e gelide del mare per posizionare le cariche esplosive lungo le condutture dell’oro blu siberiano, questa donna avrebbe dimostrato una fermezza d’animo superiore a quella dei suoi colleghi uomini. La missione richiedeva una precisione millimetrica e una resistenza psicofisica fuori dal comune, dato che l’obiettivo era colpire il cuore pulsante del rifornimento energetico tedesco e russo, agendo sotto il radar della sorveglianza internazionale.
Un passato tra moda e provocazione
Le ricerche condotte dal tabloid tedesco Bild hanno scavato nel passato della donna, rivelando una precedente carriera come modella porno. Questo dettaglio, che potrebbe apparire puramente scandalistico, era in realtà parte integrante della sua identità e della sua possibile strategia di sopravvivenza. Nel 2004, Freya era apparsa su una nota rivista erotica ucraina, posando in scatti provocanti in Crimea. Questa singolare biografia non era solo un capitolo chiuso della sua giovinezza, ma costituiva una copertura perfetta in caso di intercettazione da parte delle autorità marittime. L’agente era infatti pronta a dichiarare che si trovava in quelle acque per le riprese di un film pornografico a tema subacqueo, trasformando la sua storia personale in un efficace strumento di depistaggio.
Tensioni ai vertici del potere ucraino
L’inchiesta di Pancevski non si ferma all’aspetto operativo, ma scava nelle responsabilità politiche del sabotaggio. Emerge una frattura profonda tra l’allora capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Zaluzhny, e il presidente Zelensky. Secondo le rivelazioni, Zaluzhny avrebbe informato il leader ucraino del piano, probabilmente per tutelare la propria posizione istituzionale e non agire in totale isolamento. Nonostante ciò, Zelensky continua a negare con estremo vigore qualsiasi coinvolgimento o conoscenza preventiva dell’attacco. Questo scontro di versioni riflette le tensioni interne che hanno portato Zaluzhny a essere rimosso dal suo incarico e nominato ambasciatore nel Regno Unito, un ruolo che molti leggono come un esilio dorato per un potenziale futuro rivale politico.
Il ruolo ambiguo dell’intelligence occidentale
Un altro punto focale della ricostruzione riguarda il coinvolgimento dei servizi segreti stranieri. Pare che la Cia fosse al corrente delle intenzioni ucraine e avesse tentato di dissuadere Kiev dal procedere con l’operazione. Le agenzie di sicurezza tedesche sarebbero state informate dagli americani che il piano era stato ufficialmente sospeso per ordine di Zelensky, ma i fatti avvenuti nel Mar Baltico suggeriscono che la macchina del sabotaggio non si sia mai realmente fermata. Questo corto circuito informativo solleva pesanti interrogativi su quanto i governi occidentali fossero realmente in grado di controllare le operazioni segrete delle fazioni militari ucraine e su quanta verità sia stata effettivamente condivisa tra gli alleati della Nato durante i mesi più caldi della crisi energetica.


