
Il caso della morte di mamma e figlia per avvelenamento da ricina continua a far emergere nuovi elementi e interrogativi, mentre le indagini cercano di ricostruire con precisione quanto accaduto nei giorni successivi al Natale. La vicenda, che ha scosso profondamente la comunità di Campobasso, resta avvolta da numerosi dubbi, tra ipotesi investigative e dichiarazioni dei familiari. Al centro dell’attenzione ci sono i possibili momenti in cui sarebbe avvenuta l’intossicazione e il ruolo delle persone presenti nella vita quotidiana delle vittime.
Le due donne, Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, sono decedute dopo aver ingerito una sostanza altamente tossica come la ricina, e gli inquirenti stanno cercando di chiarire se si sia trattato di un gesto volontario o di un evento accidentale. Nel frattempo, la famiglia invita alla cautela, sottolineando come nella vicenda possa essere coinvolta anche una minorenne. Una circostanza che rende ancora più delicato il lavoro degli investigatori e l’attenzione mediatica sul caso.
Il racconto dei familiari e il nodo della ragazzina
A rompere il silenzio è stata una parente stretta della famiglia, che ha parlato apertamente di un possibile incidente, invitando a non puntare il dito contro una giovane coinvolta nella vicenda. Secondo questa versione, quanto accaduto non sarebbe frutto di un piano premeditato, ma di una tragica concatenazione di eventi. Le sue parole sottolineano la necessità di evitare giudizi affrettati, soprattutto alla luce della presenza di una ragazzina nella ricostruzione dei fatti.
Nel corso delle indagini è stato sequestrato il telefono della figlia maggiore della famiglia, che non era presente alla cena del 23 dicembre. All’interno del dispositivo sarebbero stati trovati appunti legati ai pasti consumati dai familiari, un elemento che gli investigatori stanno analizzando per comprendere meglio la dinamica dell’avvelenamento. Questo dettaglio ha contribuito ad alimentare ulteriormente i sospetti, pur senza fornire al momento certezze definitive.
Le ipotesi degli investigatori: avvelenamento in due fasi
Uno degli aspetti più complessi riguarda la possibile assunzione della ricina in momenti diversi. Gli inquirenti ritengono plausibile che una prima esposizione sia avvenuta durante la cena del 23 dicembre, mentre una seconda potrebbe essersi verificata nei giorni successivi, quando le condizioni di salute delle due donne erano già compromesse. Questa ipotesi spiegherebbe anche il decorso dei sintomi e il peggioramento progressivo.
Un ulteriore elemento sotto esame riguarda una flebo effettuata in casa il 26 dicembre da un conoscente con competenze sanitarie. Le due donne erano state dimesse dall’ospedale il giorno precedente, ma risultavano ancora molto debilitati. Proprio questa somministrazione potrebbe rappresentare un passaggio chiave nella ricostruzione dei fatti, anche se al momento non esistono conferme definitive sul suo coinvolgimento nell’avvelenamento.
Analisi, dubbi e attesa per l’autopsia
Le analisi tossicologiche hanno confermato la presenza di ricina nelle vittime, ma non nel sangue del marito, che pure aveva manifestato sintomi compatibili con un’intossicazione. Gli esperti ritengono che questo possa dipendere dalla rapida degradazione della sostanza o dal tempo trascorso tra l’assunzione e i prelievi. Un aspetto che rende ancora più complessa la ricostruzione scientifica dell’accaduto.
Gli accertamenti proseguiranno anche all’interno dell’abitazione, ancora sotto sequestro, dove verranno effettuati nuovi sopralluoghi alla ricerca di eventuali tracce utili. Nel frattempo, cresce l’attesa per i risultati definitivi dell’autopsia, la cui consegna è stata rinviata proprio a causa della complessità del caso. Saranno questi esiti a fornire risposte più chiare su una vicenda che, al momento, resta ancora senza una verità definitiva.


