
Il caso della Global Sumud Flotilla torna al centro dell’attenzione dopo le testimonianze degli attivisti coinvolti nell’operazione avvenuta tra il 29 e il 30 aprile. Tra loro c’è anche Francesca Nardi, cittadina italiana e attivista del Gaza Freestyle Festival, che ha raccontato quanto accaduto in un’intervista rilasciata a Fanpage.it mentre si trova ancora a Creta.
Secondo il suo racconto, le imbarcazioni della flottiglia sarebbero state intercettate dalla marina israeliana in acque internazionali e i presenti trattenuti per diverse ore. Una versione dei fatti che solleva interrogativi sulla dinamica dell’operazione e sul rispetto delle norme internazionali.
Leggi anche: Flotilla, succede proprio adesso! Tensione altissima
L’intercettazione in mare
«Allora, la mia esperienza è quella relativa alla barca Holy Blue, che è stata una delle ultime intercettate, in realtà l’ultima in assoluto. Su 185 prigionieri, io ero la 183esima, come indicato dal numero di braccialetti che ci hanno dato».
La donna descrive le fasi iniziali dell’operazione: «Prima abbiamo realizzato che stavamo avendo dei problemi con il segnale radio e abbiamo iniziato a vedere alcune delle barche man mano sparire dagli strumenti con cui tenevamo conto di tutte le barche della flotta».
E ancora: «Nonostante questi fossero già dei segnali evidenti di quello che stava accadendo, ci abbiamo messo un po’ a rassegnarci a quello che stava avvenendo perché era veramente difficile immaginare che a oltre 500 miglia dalla Palestina, a praticamente 50 miglia dalla costa greca, quindi in Europa, dopo tre giorni di navigazione, stessimo subendo un’intercettazione».

Il momento dell’abbordaggio
Nel racconto emergono dettagli concitati: «A un certo punto ci ha avvicinato un gommone di vedetta con dei militari a bordo con delle torce che ci hanno illuminato e noi in maniera un po’ confusa abbiamo pensato che potesse trattarsi della Guardia Costiera».
Poi la consapevolezza: «Solo adesso abbiamo capito che quello era già l’esercito israeliano che stava prendendo cognizione di dove erano posizionate alcune delle barche per poi procedere con le intercettazioni».
L’attivista prosegue: «A un certo punto siamo definitivamente stati intercettati, quella che è arrivata verso di noi è stata una navetta con a bordo dei militari armati che puntavano le armi verso di noi in maniera chiaramente intimidatoria».
Le ore di detenzione
Secondo la testimonianza, i presenti sarebbero stati sottoposti a pressioni: «La prassi è molto conosciuta rispetto a come vanno questo tipo di intercettazioni: abbiamo subito tutta una serie di vessazioni psicologiche in lingua ovviamente non comprensibile, siamo stati fatti inginocchiare con le teste basse».
E ancora: «È un po’ difficile avere la cognizione del tempo materiale, era piena notte, pieno buio, io credo che sia andata avanti una cosa come una quarantina di minuti il tempo che abbiamo passato in barca con loro».
Una volta trasferiti: «Siamo stati condotti a bordo con le teste basse e inginocchiati. Da lì sono stati rimossi tutta una serie di oggetti che potevamo avere addosso».
Le condizioni e le tensioni
Nel racconto si fa riferimento anche alle condizioni di permanenza: «Siamo stati portati dentro questa cella molto grande, a cielo aperto, con due container che era estremamente caldo di giorno e gelido di notte».
Episodi di tensione vengono descritti in modo diretto: «Quando ci hanno intimato di uscire dalla nave militare ci hanno solo detto che eravamo in un paese straniero».
Sulla presenza militare: «Credo di aver visto un numero minimo di 20 persone diverse. Tutti armati».

I danni alle imbarcazioni
Un passaggio riguarda le condizioni delle barche: «Tutti i motori sono stati danneggiati, è stato versato dello zucchero all’interno che li ha resi irrecuperabili. Le vele di tutte le barche sono state tagliate».
E aggiunge: «Molte barche sono state poi abbandonate in mare. I nostri compagni che sono arrivati dopo hanno descritto un cimitero spettrale di barche alla deriva».
Le preoccupazioni per i compagni
La testimonianza si concentra anche su alcuni attivisti: «La paura è enorme. Senza di loro il mondo è un posto più pericoloso».
E ancora: «Sono due militanti straordinari, di un’incredibile potenza e non stupisce se ad Israele facciano così paura».
Infine, una frase che riassume il clima: «”Il prezzo della libertà non è mai troppo alto”».
L’intervista pubblicata da Fanpage.it restituisce il racconto diretto di una delle persone coinvolte nella vicenda, offrendo uno spaccato dettagliato di quanto dichiarato dagli attivisti presenti a bordo della flottiglia.


