
Non è più soltanto un enigma scientifico. L’inchiesta sulla morte di madre e figlia entra nel vivo, spostandosi sempre più dal laboratorio alle relazioni umane, ai legami, ai possibili moventi. E il quadro che emerge è quello di un caso che gli investigatori ritengono ormai un atto volontario e premeditato.
Le attenzioni degli inquirenti si concentrano su un gruppo ristretto: quattro o cinque persone sono al centro delle verifiche. Un cerchio che si stringe attorno alla tragedia che ha colpito Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita, morte per intossicazione da ricina nella loro abitazione di Pietracatella, in provincia di Campobasso.
Dopo gli esami tossicologici, la Procura ha escluso l’ipotesi accidentale. Ora l’indagine si concentra sui rapporti personali delle vittime, scandagliando amicizie, contatti e dinamiche familiari. In Campobasso proseguono gli interrogatori di familiari, amici e conoscenti, ascoltati al momento come persone informate sui fatti.
La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha confermato il cambio di passo: l’indagine si sta spostando dalle sole analisi scientifiche a una fase più propriamente giudiziaria, con l’obiettivo di ricostruire il contesto in cui è maturato l’avvelenamento.
Parallelamente, prosegue il lavoro sui dispositivi elettronici sequestrati nella casa della famiglia. Cellulari, computer e router sono al centro di una complessa attività di analisi forense, che potrebbe fornire elementi decisivi.
Il consulente informatico Giovanni Alfonso ha spiegato le fasi dell’operazione: si parte con una copia integrale dei dati, ancora grezza, per poi passare all’analisi dei contenuti e infine all’estrazione delle informazioni rilevanti per l’inchiesta. Un processo lungo e delicato, che dovrà essere ripetuto per tutti i nove dispositivi sequestrati.
Un lavoro che richiederà settimane, ma che potrebbe rappresentare la chiave per chiarire una vicenda ancora avvolta nel mistero, tra veleni, relazioni e verità ancora da scoprire.


