
Si era preparato per quel momento con la stessa dedizione con cui si affronta la prima serata di uno spettacolo teatrale prestigioso. Il copione non prevedeva battute poetiche ma ordini secchi, e il palcoscenico non era fatto di assi di legno, bensì del pavimento lucido di un esercizio commerciale di alto livello. Quando l’azione è giunta al culmine, l’uomo dalla barba bianca ha messo in scena il suo pezzo forte, un gesto di un’assurdità quasi commovente se non fosse stato dettato dal terrore: ha costretto la sua vittima a un saluto cordiale, una stretta di mano vigorosa davanti ai passanti ignari, trasformando un sequestro lampo in un’apparentemente innocua conversazione tra vecchi amici. Quell’ultimo atto, studiato per ingannare l’occhio esterno, è stato il sigillo di una carriera criminale che mescolava la freddezza della strada con la sensibilità interpretativa acquisita sotto le luci della ribalta.
Un attore prestato al crimine organizzato
La vicenda ruota attorno alla figura di Massimo Di Stefano, un uomo di sessantadue anni la cui vita sembrava divisa tra il recupero sociale e il richiamo del sottobosco criminale romano. Di Stefano non era un volto qualunque, ma un membro attivo di Fort Apache, un noto progetto teatrale che coinvolge ex detenuti, offrendo loro una possibilità di riscatto attraverso l’arte. Tuttavia, la sua vocazione per il palcoscenico non ha cancellato i vecchi legami con figure storiche della malavita capitolina. In passato era stato infatti socio di Manlio Vitale, meglio conosciuto come Gnappa, un nome che evoca immediatamente i fasti sanguinosi della Banda della Magliana. Questa ambivalenza ha reso Di Stefano il profilo perfetto per coordinare azioni che richiedevano non solo violenza, ma anche una notevole capacità di dissimulazione.
La dinamica del colpo ai Parioli
Il furto che ha dato il via alle indagini è avvenuto il 9 marzo 2024 nel cuore di uno dei quartieri più eleganti di Roma. L’obiettivo era la gioielleria Grande, situata in viale Parioli, un luogo frequentato dalla borghesia cittadina e costantemente presidiato da sistemi di sicurezza avanzati. La banda è riuscita a sottrarre settanta orologi di lusso, per un valore complessivo stimato in circa 900mila euro. L’operazione è stata condotta con una precisione chirurgica che ha lasciato poco spazio all’improvvisazione. Gli investigatori della Squadra Mobile hanno però trovato una traccia fondamentale in un frame dei video di sorveglianza: il volto di Di Stefano è apparso nitido nonostante i tentativi di camuffamento, permettendo alla polizia di avviare il riconoscimento tramite il sistema Sari Enterprise, una tecnologia di riconoscimento facciale che confronta i tratti somatici con le foto segnaletiche presenti nei database.
La recita della stretta di mano
L’aspetto più singolare e inquietante dell’intera vicenda riguarda il comportamento tenuto da Di Stefano durante la fuga. Grazie alla sua esperienza attoriale, l’uomo gestiva la tensione con una calma glaciale. Per evitare di attirare l’attenzione delle guardie giurate o dei passanti, ha costretto il direttore della gioielleria a fingere una normale interazione commerciale. Sotto la minaccia costante di una pistola dotata di silenziatore, il dipendente è stato obbligato a uscire dal negozio insieme al rapinatore e a stringergli la mano calorosamente sul marciapiede. Questo stratagemma ha permesso ai malviventi di allontanarsi indisturbati, fornendo una copertura visiva che ha ritardato l’allarme di diversi minuti, tempo prezioso per far perdere le proprie tracce nel traffico cittadino.
Una struttura criminale gerarchica e organizzata
Le indagini coordinate dalla giudice Ilaria Tarantino hanno rivelato che il gruppo non era una semplice accozzaglia di rapinatori, ma una vera e propria associazione a delinquere con ruoli ben definiti. Al vertice dell’organizzazione sedeva Franco Tomassello, un cinquantaseienne di origine siracusana, coadiuvato da esperti come Massimo Barbieri e Giuseppe Sebastiano Condorelli. Il supporto logistico era affidato a figure come Valter Moscaroli e Roberto Farina, i quali si occupavano della gestione dei beni rubati e della ricettazione, garantendo che il bottino venisse rapidamente monetizzato attraverso canali sicuri. Per questi ultimi la giudice ha disposto gli arresti domiciliari, mentre i capi del sodalizio sono finiti direttamente in cella.
La banda utilizzava una strumentazione tecnica degna di un corpo d’élite. Per neutralizzare i sistemi di allarme e le comunicazioni delle forze dell’ordine, il gruppo impiegava potenti disturbatori di frequenze, noti come jammer, capaci di oscurare segnali radio, Wi-Fi e GPS. Durante i colpi, un furgone attrezzato stazionava nelle vicinanze dell’obiettivo per creare una bolla di isolamento tecnologico. Le auto utilizzate per le fughe, tra cui modelli diffusi come la Fiat Panda o la 500 X, erano sempre mezzi rubati con targhe clonate, rendendo quasi impossibile il tracciamento immediato tramite i varchi elettronici della città. Ogni azione era preceduta da numerosi sopralluoghi per studiare i tempi di reazione delle pattuglie e le abitudini dei dipendenti.
Oltre al clamoroso furto ai Parioli, gli inquirenti hanno collegato la banda a una serie di altri episodi avvenuti tra il 2023 e il 2025. Nel mese di ottobre 2024, Di Stefano e Barbieri avrebbero colpito la gioielleria Biagini a Perugia, portando via preziosi per 100mila euro. Ancora prima, nel novembre 2023, il bersaglio era stata l’oreficeria De Pascalis in via Veneto, una delle strade più famose della capitale. Il gruppo non disdegnava nemmeno gli uffici postali: a Monte Porzio Catone, nel luglio 2024, presero in ostaggio il direttore e quattro dipendenti per svuotare la cassaforte. Solo il tempestivo intervento della polizia ha invece sventato una rapina a un furgone portavalori a Primavalle nel gennaio 2025, segnando l’inizio della fine per l’intero sodalizio criminale.


