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“Disgustosa!”, attacco durissimo a Francesca Fagnani: proprio da loro

Pubblicato: 06/05/2026 07:33

Il caso della Uno bianca torna a scuotere l’opinione pubblica italiana con una forza dirompente a seguito della messa in onda di un’intervista televisiva destinata a far discutere a lungo. Roberto Savi, l’ex poliziotto che insieme al fratello Fabio seminò il terrore tra l’Emilia-Romagna e le Marche, ha rotto un silenzio durato trentadue anni concedendosi alle telecamere di Francesca Fagnani nel programma Belve crime. Le dichiarazioni rilasciate dal capo della banda, attualmente detenuto dal 1994, hanno riaperto ferite mai del tutto rimarginate e sollevato pesanti interrogativi sulla reale natura delle attività criminali compiute dal gruppo tra il 1987 e il 1994. Durante questo arco temporale, la banda fu responsabile di oltre cento colpi, culminati nella morte di 24 persone e nel ferimento di centinaia di cittadini. La trasmissione ha scatenato una reazione durissima da parte dei familiari delle vittime, che vedono in questa esposizione mediatica un’operazione pericolosa e potenzialmente fuorviante rispetto alle indagini ancora in corso.

La rabbia dei familiari delle vittime

La reazione dell’associazione dei familiari delle vittime è stata immediata e carica di sdegno. Alberto Capolungo, presidente del sodalizio, ha definito l’intervista televisiva come un’operazione disgustosa e sospetta, sottolineando che il palcoscenico mediatico non è il luogo adatto per rivelazioni di tale gravità. Secondo i parenti, se Roberto Savi ha realmente nuovi elementi da apportare alla ricostruzione dei fatti, avrebbe dovuto rivolgersi esclusivamente ai magistrati. La Procura di Bologna ha infatti un fascicolo aperto dal gennaio del 2024, nato proprio da un esposto dell’associazione che chiedeva di fare luce sulle possibili coperture istituzionali. La scelta di parlare davanti alle telecamere viene percepita come una mancanza di rispetto verso chi ha perso i propri cari e come un tentativo di inquinare il clima attorno alle indagini giudiziarie che sono tuttora in pieno svolgimento.

Il legame con i servizi segreti

Nelle risposte fornite alla giornalista, Savi ha tracciato uno scenario inquietante che va ben oltre la semplice cronaca nera, evocando esplicitamente il ruolo di apparati dello Stato nelle vicende della banda. L’ex poliziotto ha ammesso che, a un certo punto della loro storia criminale, si inserirono personaggi estranei al mondo della delinquenza comune che garantirono alla Uno bianca una forma di protezione e copertura. Secondo il racconto di Savi, questo supporto non era gratuito ma faceva parte di uno scambio per alcuni lavori eseguiti su commissione. Questa confessione, se confermata, spiegherebbe l’incredibile impunità di cui i fratelli Savi hanno goduto per anni, riuscendo a sfuggire alle catture nonostante la scia di sangue lasciata sul territorio. Savi ha persino dichiarato di essersi recato a Roma con frequenza settimanale per incontrare esponenti dei servizi segreti dell’Arma, ammettendo che proprio questi soggetti avrebbero fornito un aiuto concreto alla banda.

Uno dei momenti più drammatici dell’intervista ha riguardato l’omicidio di Pietro Capolungo, padre di Alberto, ucciso nel 1991 durante la rapina all’armeria di via Volturno a Bologna. In quell’occasione persero la vita anche la proprietaria Licia Ansaloni e un altro presente. Alla domanda diretta della conduttrice sulla necessità di uccidere Capolungo, Savi ha risposto con una freddezza agghiacciante, sostenendo che l’eliminazione dell’uomo fosse necessaria perché identificato come un ex appartenente ai servizi segreti dei carabinieri. Roberto Savi ha annuito esplicitamente alla domanda se gli fosse stato chiesto di eliminarlo, confermando l’ipotesi di un omicidio mirato piuttosto che di una tragica fatalità legata alla rapina. Queste affermazioni introducono un elemento di strategia criminale che si sovrappone alla semplice brama di denaro, suggerendo che la banda possa aver agito come braccio operativo per interessi oscuri e non ancora del tutto identificati.

Le sfide per la magistratura

Nonostante la gravità delle parole pronunciate, il mondo della magistratura mantiene un profilo improntato alla cautela e al rigore procedurale. Il procuratore Paolo Guido ha ribadito con fermezza che ogni dichiarazione resa da un condannato del calibro di Savi necessita di rigorosi riscontri oggettivi. Anche l’avvocato Gamberini, legale che assiste l’associazione delle vittime, ha evidenziato come le affermazioni di Savi siano prive di valore legale finché non verranno fatti nomi e cognomi precisi degli appartenenti agli apparati statali coinvolti. Il rischio è che le parole dell’ex poliziotto siano solo un tentativo di manipolazione o di auto-giustificazione a distanza di decenni. Resta però il fatto che la Procura potrebbe decidere di ascoltare ufficialmente il detenuto per verificare se esistano elementi concreti in grado di portare a una svolta nel fascicolo sulle coperture della banda.

Il ritratto di un criminale senza pentimento

Al di là dei risvolti giudiziari, i quarantatré minuti di intervista hanno restituito l’immagine di un uomo che non sembra aver intrapreso alcun percorso di reale pentimento o empatia verso le persone a cui ha distrutto la vita. Savi si è mostrato cinico e sprezzante, arrivando a ironizzare sulla sofferenza dei parenti delle vittime e giustificando l’omicidio di colleghi poliziotti o di giovani carabinieri, come nel caso del massacro del Pilastro, come semplici dinamiche di uno scontro a fuoco. La sua distanza emotiva è apparsa evidente anche nel rapporto con la famiglia, in particolare verso il fratello Fabio, definito senza mezzi termini un infame, e verso il figlio Simone, che ha scelto di cambiare cognome per distanziarsi da un’eredità così pesante. Il ritratto emerso è quello di un individuo che rivendica la propria storia come incomprensibile agli altri, lasciando dietro di sé una scia di dubbi e un rinnovato dolore per l’intera collettività.

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