
Le indagini sul duplice avvelenamento da ricina che ha ucciso Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi entrano in una fase cruciale. Le due donne persero la vita lo scorso dicembre nella loro casa di Pietracatella, nel Molise, dopo aver ingerito la sostanza tossica. Gli investigatori stanno ora concentrando gli sforzi sui dispositivi elettronici sequestrati nell’abitazione delle vittime, mentre il cerchio dei sospettati si allarga anche a una persona esterna alla famiglia.
Nelle ultime quarantotto ore, presso gli uffici della Questura di Campobasso, gli esperti informatici dello Sco hanno avviato le operazioni di estrazione dati da telefoni cellulari, computer, modem e tablet appartenuti alle due donne. La procura ha disposto gli accertamenti con l’obiettivo di ricostruire eventuali connessioni con la ricina e di tracciare i movimenti delle vittime nei giorni immediatamente precedenti alla tragedia.
Cosa cercano gli investigatori nei dispositivi elettronici
Gli inquirenti puntano in particolare a verificare la presenza di ricerche online legate alla ricina, ma anche di rapporti, contatti e relazioni riconducibili all’uso del veleno. Sotto esame ci sono le conversazioni WhatsApp e le chat sui social network scambiate tra il 25 e il 28 dicembre, il periodo in cui madre e figlia manifestarono i primi sintomi. Gli investigatori vogliono anche ricostruire le abitudini quotidiane delle due donne, gli alimenti consumati in quei giorni e acquisire eventuali documenti sanitari su patologie pregresse. Le operazioni tecniche richiederanno circa novanta giorni e, al termine, potranno aprire la strada a nuovi interrogatori.
Il primo a tornare davanti agli inquirenti sarà Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, già convocato lunedì dagli agenti della Squadra Mobile. Il suo avvocato ha precisato che l’uomo ha sempre collaborato con le forze dell’ordine e rigetta qualsiasi ipotesi di coinvolgimento nella vicenda.
L’ipotesi della “mente diabolica”
L’avvocato Facciolla, che difende sia Alice sia Gianni Di Vita, ha dichiarato all’uscita dalla Questura che i suoi assistiti sono «assolutamente tranquilli e fiduciosi» nell’attesa che gli accertamenti facciano luce sulla verità. Il legale ha anche chiarito che il telefono di Gianni Di Vita — unico dispositivo non ancora formalmente sequestrato — era stato messo a disposizione degli investigatori fin dall’inizio dell’inchiesta.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, dietro il doppio omicidio potrebbe agire un soggetto dalla cosiddetta «mente diabolica», che avrebbe sfruttato i cenoni natalizi per contaminare il cibo con la sostanza letale. I sospetti ricadono su alcune persone vicine alla famiglia, ma anche su una donna esterna al nucleo familiare, la cui identità non è stata ancora resa nota. L’inchiesta resta aperta e l’analisi dei dispositivi elettronici potrebbe rivelarsi il passaggio decisivo per ricostruire quanto accaduto a Pietracatella durante le festività di Natale.


