
Il cessate il fuoco annunciato da Washington tra Israele e Libano nasce già sotto il segno dell’incertezza. L’intesa raggiunta dalle delegazioni dei due Paesi è stata infatti respinta da Hezbollah, mentre sul terreno i combattimenti non si sono fermati. Nel sud del Libano proseguono raid, bombardamenti e contrattacchi, in una giornata segnata anche dalla morte di un casco blu dell’Onu, il sergente serbo Milovan Jovanovic, colpito nella zona di Marjayoun.
Secondo l’Unifil, il militare è rimasto ucciso da un colpo indiretto proveniente dall’area a nord del fiume Litani, territorio controllato da Hezbollah. Due altri peacekeeper, uno spagnolo e uno salvadoregno, sono rimasti feriti. Le indagini sono ancora in corso, ma l’episodio rischia di aggravare ulteriormente la tensione in una delle aree più instabili del conflitto.
La tregua contestata
L’accordo raggiunto negli Stati Uniti punta a riportare la situazione ai principi della risoluzione 1701 dell’Onu del 2006. Il piano prevede il progressivo arretramento di Hezbollah a nord del Litani e il trasferimento del controllo delle aree contese all’esercito libanese, accompagnato da un ritiro graduale delle forze israeliane.
La realtà sul terreno, tuttavia, racconta una storia diversa. L’esercito israeliano ha invitato i civili a non rientrare nelle zone meridionali del Paese perché gli scontri continuano. Anche Donald Trump, pur sostenendo il processo diplomatico, ha ammesso con una battuta che in Medio Oriente un cessate il fuoco spesso significa soltanto sparare in modo più moderato.
Il no di Hezbollah
La bocciatura più netta è arrivata dal leader di Hezbollah, Naim Qassem, che ha definito l’intesa inaccettabile. Per il movimento sciita qualsiasi accordo deve partire dal ritiro completo di Israele dal territorio libanese. Diversamente, ha sostenuto, il piano rappresenterebbe una forma di sottomissione agli interessi israeliani.
Qassem ha chiesto un cessate il fuoco totale, senza distinzioni territoriali e senza concessioni che permettano a Israele di continuare le operazioni militari. Pochi minuti dopo il suo intervento, le sirene d’allarme sono tornate a suonare nel nord di Israele, segnale che la tregua è ancora lontana dall’essere realtà.
Nonostante tutto, qualche effetto concreto dell’accordo comincia a vedersi. Le autorità libanesi hanno avviato la rimozione delle barriere erette dalle forze israeliane nella zona di Dibbin e sono iniziate le operazioni di bonifica degli ordigni inesplosi sotto il coordinamento dell’Unifil.
Ma tra gli sfollati e la popolazione del sud prevale lo scetticismo. Molti ricordano i precedenti annunci di pace rimasti senza conseguenze concrete. E mentre la diplomazia prova a costruire una via d’uscita, sul confine continuano a parlare le armi.


