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“Cosa hanno fatto i nonni!”. Beatrice morta a due anni: la rivelazione agghiacciante

Pubblicato: 05/06/2026 08:14

Non soltanto le accuse nei confronti della madre e del suo compagno. Nella tragedia che ha portato alla morte della piccola Beatrice Aiello, la Procura individua anche un altro elemento ritenuto determinante: il silenzio di chi, pur avendo avuto contatti diretti con la bambina e pur avendo notato condizioni che avrebbero dovuto destare allarme, non sarebbe intervenuto né avrebbe segnalato quanto stava accadendo.

Nelle carte dell’inchiesta emerge infatti il riferimento a quello che il pubblico ministero Veronica Meglio definisce un vero e proprio “muro di omertà”, un atteggiamento che avrebbe accompagnato gli ultimi mesi di vita della bambina e che, secondo gli investigatori, avrebbe contribuito a lasciare senza protezione una minore che mostrava segni evidenti di sofferenza.

Per la morte della piccola risultano accusati la madre Emanuela Aiello e il compagno Emanuel Iannuzzi, ritenuto dagli inquirenti il principale responsabile dei presunti maltrattamenti. Ma l’attenzione della Procura si concentra anche sul comportamento di altri familiari che gravitavano attorno alla bambina e che avrebbero avuto la possibilità di accorgersi della gravità della situazione.
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Le accuse della Procura sul comportamento dei familiari

Nella ricostruzione degli inquirenti, il silenzio non si sarebbe manifestato soltanto dopo la morte della bambina, ma anche quando Beatrice era ancora viva. Secondo la Procura, diverse persone della cerchia familiare avrebbero visto sul corpo della piccola segni che non potevano essere facilmente ricondotti a normali cadute accidentali.

Nonostante ciò, sempre secondo l’accusa, nessuno avrebbe deciso di rivolgersi al pronto soccorso o di segnalare la situazione alle autorità competenti. Un comportamento che viene richiamato più volte negli atti investigativi e che rappresenta uno dei passaggi più delicati dell’inchiesta.

La pm sottolinea infatti che le indagini sono proseguite nonostante «il muro di omertà e il silenzio tenuto dai soggetti della sfera familiare», sia durante la vita della bambina sia nelle fasi successive al decesso, quando i familiari sono stati ascoltati dagli investigatori.

I dubbi sugli interrogatori dei nonni materni

Tra gli aspetti evidenziati dalla Procura ci sono le dichiarazioni rese dai nonni materni della bambina. Secondo gli inquirenti, alcune delle loro affermazioni presenterebbero contraddizioni e omissioni significative.

Negli atti si legge che i due sarebbero stati informati dalle nipoti delle difficoltà vissute all’interno dell’ambiente familiare. Circostanze che, secondo l’accusa, non sarebbero state riferite integralmente agli investigatori.

La Procura evidenzia inoltre alcune discrepanze nelle dichiarazioni relative alle condizioni di salute di Beatrice nei giorni immediatamente precedenti alla morte. Da una parte sarebbe stata esclusa la presenza di sintomi influenzali, dall’altra sarebbe stata invece riferita febbre accompagnata da raffreddore.

Particolare attenzione viene poi dedicata alla questione dei lividi presenti sul corpo della bambina. La nonna avrebbe sostenuto che, pochi giorni prima della tragedia, Beatrice «non presentava alcun livido», una circostanza che secondo gli inquirenti sarebbe stata smentita dal materiale fotografico acquisito nel corso delle indagini.

Anche alcuni episodi avvenuti nelle ore precedenti alla morte della piccola vengono richiamati dagli investigatori. Tra questi, una telefonata durante la quale la sorella maggiore avrebbe riferito al nonno che Beatrice stava male, era a letto e non aveva voluto assumere nemmeno il latte.

Le richieste di aiuto della sorella maggiore

Uno degli elementi più drammatici emersi dall’inchiesta riguarda il comportamento della sorella maggiore di Beatrice, una bambina di appena nove anni che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe tentato più volte di chiedere aiuto agli adulti.

La minore avrebbe cercato di parlare sia con la madre sia con i nonni materni del disagio vissuto all’interno della casa, senza però ottenere risultati concreti.

Nelle ultime settimane di vita della piccola Bea, sarebbe stata proprio la sorella maggiore a occuparsi quotidianamente di lei. Secondo gli atti dell’inchiesta, la bambina avrebbe preparato da mangiare alla sorellina, l’avrebbe cambiata e si sarebbe occupata della sua assistenza anche durante i periodi di malattia.

Un quadro che gli investigatori descrivono come particolarmente significativo, perché attribuisce a una bambina responsabilità che normalmente spettano agli adulti.

Le ultime ore accanto a Beatrice

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti raccontano anche gli ultimi momenti trascorsi da Beatrice all’interno dell’abitazione.

La sorella maggiore ha descritto una situazione di crescente preoccupazione, spiegando di essersi avvicinata più volte alla bambina per controllare le sue condizioni. «Bea silenzio totale, io l’andavo a controllare, le dicevo “vado in bagno mi vado a lavare le mani vado a fare la pipì” queste cose e la vedevo, stava male. Poi mi sono messa un minuto vicino a lei gli facevo tipo cosi gli tenevo la mano ma non… non c’era niente (…) Non si muoveva, se io gli alzavo la mano lei gliela lasciavo faceva cosi».

Parole che restituiscono il racconto diretto di una bambina costretta ad assistere impotente al peggioramento delle condizioni della sorellina.

Il trasferimento di Emanuel Iannuzzi

Sul fronte giudiziario, Emanuel Iannuzzi è stato trasferito nei giorni scorsi nel carcere di Ivrea. Il provvedimento era stato programmato fin dal momento dell’arresto in considerazione delle caratteristiche della struttura detentiva necessarie per un detenuto ritenuto ad alto rischio.

Secondo quanto emerso, all’arrivo nel penitenziario di Genova Marassi il quarantaduenne sarebbe stato oggetto di insulti da parte di altri detenuti. Nel frattempo proseguono le indagini della Procura, che continuano a concentrarsi non solo sulle responsabilità dirette contestate agli indagati, ma anche sul ruolo di chi, secondo l’accusa, avrebbe assistito a segnali allarmanti senza intervenire per proteggere la piccola Beatrice Aiello.

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