
La gestione delle tempistiche processuali e la complessità delle indagini medico-legali rappresentano, nei casi di cronaca a forte impatto mediatico, un elemento di costante dibattito tra l’esigenza di accuratezza scientifica e il diritto alla verità delle parti coinvolte. Quando l’analisi dei reperti richiede il coordinamento di competenze multidisciplinari avanzate, i rinvii formali rischiano di prolungare lo stato di incertezza, modificando l’agenda delle udienze e sollevando interrogativi sulla fluidità dell’apparato giudiziario. Esaminare i protocolli di laboratorio e le istanze di proroga presentate dagli esperti consente di cogliere le oggettive difficoltà tecniche insite nelle inchieste più articolate del nostro sistema penale.
Il nuovo rinvio e la complessa mappa dei reperti
Una nuova dilatazione dei tempi investigativi segna una delle inchieste più seguite e complesse della cronaca recente, spostando in avanti il momento del confronto in aula. Slitta a ottobre il deposito della perizia sui reperti relativi alla morte di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa il 14 dicembre 2021 e trovata senza vita a Trieste il 5 gennaio 2022. I risultati delle perizie tecniche fatte dagli esperti sui coltelli sequestrati al marito della 63enne, gli abiti di Liliana e il bracciale che indossava, avrebbero dovuto essere depositati l’8 giugno e discussi il 26 giugno in udienza.
Il nuovo rinvio arriva dopo quello deciso a marzo, quando l’udienza fissata per il 30 del mese era stata rimandata proprio al 26 giugno. Il gip aveva infatti concesso al collegio peritale altri 90 giorni per seguire gli accertamenti di natura genetica, dattiloscopica e merceologica. Oggetto delle perizie erano abiti, gli oltre 700 coltelli sequestrati a Sebastiano Visintin, il marito di Resinovich e unico indagato per la sua morte, il bracciale nero e celeste consegnato dal fratello Sergio, i sacchi neri nei quali era stato trovato il cadavere di Liliana e i loro cordini, il cui taglio potrebbe fornire dettagli relativi al decesso della 63enne e ad eventuali responsabilità.
I dettagli scientifici e l’amarezza della famiglia
Il giudice per le indagini preliminari di Trieste ha accolto la nuova richiesta di proroga di 90 giorni del collegio peritale. A confermarlo è il fratello di Liliana, Sergio Resinovich. L’8 luglio dello scorso anno, i professori Paolo Fattorini, Chiara Turchi ed Eva Sacchi erano stati incaricati di svolgere gli accertamenti sui reperti legati al caso. Lo stesso giorno erano state disposte le indagini dattiloscopiche sui sacchi neri nei quali era stato trovato il corpo di Liliana. Gli accertamenti sugli indumenti erano i più complessi: sui vestiti erano infatti stati trovati numerosi campioni quali formazioni pilifere e fibre tessili rinvenute sul cappotto.
Oggetto delle analisi era anche lo zirconio trovato sulle scarpe di Liliana: si tratta di materiale abrasivo usato per affilare i coltelli. Da qui la decisione di analizzare anche le lame di Sebastiano e il materiale trovato nello studio del marito. Davanti a questa nuova attesa, la reazione dei congiunti è di profondo sconforto. “Non credo più nella giustizia – ha sottolineato il fratello della vittima -. Ci sentiamo presi in giro perché questo è l’ennesimo rinvio, ce ne erano stati altri prima. Esistono altri casi in cui gli indagati sono in carcere ben prima della conclusione del processo e senza che vi siano tutti gli elementi che invece esistono in relazione alla morte di mia sorella. Inizio a pensar male, sinceramente. Non ho più fiducia nelle istituzioni, purtroppo”.


