
A quasi tre anni dall’omicidio di Pierina Paganelli, il processo si è concluso con l’assoluzione di Louis Dassilva, unico imputato per il delitto della pensionata uccisa con 29 coltellate nel garage del condominio di via del Ciclamino, a Rimini. La Corte d’Assise ha stabilito che l’uomo non ha commesso il fatto, smontando un impianto accusatorio costruito esclusivamente su una serie di elementi indiziari ritenuti non sufficienti per arrivare a una condanna.
Il caso nasce e si sviluppa all’interno dello stesso stabile in cui vivevano la vittima, i suoi familiari e lo stesso Dassilva. Un intreccio di rapporti personali, rivalità e relazioni extraconiugali che aveva portato la Procura a individuare nel vicino di casa il presunto assassino. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe ucciso Pierina per evitare che emergesse la relazione clandestina con la nuora della vittima, Manuela Bianchi. Un movente che, secondo i magistrati, avrebbe spiegato il delitto e giustificato la richiesta di ergastolo.
Il Dna mai trovato e le prove mancanti
Uno dei punti più delicati dell’inchiesta riguarda il Dna. Gli investigatori cercarono tracce genetiche dell’assassino sul corpo e sugli abiti della vittima, ma non riuscirono mai a individuare un profilo attribuibile con certezza a Dassilva. A complicare ulteriormente il lavoro degli esperti contribuì anche la cattiva conservazione di alcuni reperti, che si deteriorarono nel corso delle analisi.
L’arma del delitto non è mai stata trovata e non sono mai emerse prove scientifiche capaci di collocare in modo inequivocabile Dassilva sulla scena dell’omicidio. Anche il presunto lavaggio accurato degli abiti e delle scarpe dell’uomo, inizialmente considerato un possibile tentativo di eliminare tracce compromettenti, non è stato ritenuto sufficiente a dimostrare la sua responsabilità.
L’ombra nelle telecamere e la testimonianza contestata
Altro elemento centrale dell’accusa era una figura ripresa dalle telecamere di sorveglianza della zona pochi minuti dopo il delitto. Per mesi quella sagoma era stata considerata compatibile con Dassilva. Tuttavia, durante il processo, anche consulenti vicini all’impostazione accusatoria hanno escluso che quell’ombra appartenesse all’imputato, indicando piuttosto un altro residente del condominio.
Contestata anche l’interpretazione di alcuni audio registrati nell’area garage e di una frase pronunciata da Dassilva all’indomani dell’omicidio, considerata dagli inquirenti una sorta di confessione indiretta. Per la difesa, invece, si trattava di elementi privi di reale valore probatorio.
Determinante si è rivelata soprattutto la valutazione sulla testimonianza di Manuela Bianchi, amante di Dassilva. La donna aveva raccontato di aver incontrato l’uomo nel garage poco dopo il delitto e di aver ricevuto da lui indicazioni sulla presenza di un cadavere. Proprio questa dichiarazione era considerata dalla Procura il pilastro dell’accusa. I giudici, però, non l’hanno ritenuta sufficientemente affidabile per sostenere una condanna.
Un delitto ancora senza colpevole
Dopo quasi due anni trascorsi in carcere, Dassilva è stato immediatamente scarcerato e ha lasciato il penitenziario da uomo libero. La formula dell’assoluzione è la più ampia possibile: “per non aver commesso il fatto”.
La sentenza non chiude però il mistero sulla morte di Pierina Paganelli. Per la Corte, infatti, l’omicidio resta senza autore accertato. L’assassino della donna, secondo quanto emerge dalla decisione dei giudici, sarebbe ancora sconosciuto.
Il caso che per mesi aveva concentrato l’attenzione dell’opinione pubblica si ritrova così al punto più difficile: un delitto efferato, un imputato assolto e una domanda che resta senza risposta. Chi ha ucciso Pierina Paganelli?


