
“E tra 2 anni fai il Presidente”. È il messaggio che Valter Lavitola avrebbe inviato a Sigfrido Ranucci nel 2024, quando tra i due si discuteva già della possibilità che il giornalista potesse entrare in politica. La conversazione è riportata nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip di Roma, al termine delle indagini della Procura e dei carabinieri del Nucleo Investigativo, ha disposto il carcere per Lavitola, indicato come mandante dell’attentato dell’ottobre scorso davanti all’abitazione del conduttore di Report. Secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento, il progetto politico avrebbe assunto nel tempo una consistenza sempre maggiore, mentre l’imprenditore avrebbe continuato a sostenere Ranucci anche nel momento in cui il giornalista temeva di essere estromesso dalla conduzione del programma. In quel contesto, Lavitola gli avrebbe prospettato anche le conseguenze positive di una sua eventuale uscita dalla trasmissione, sostenendo che avrebbe potuto “fare bingo”.
Il gip Iole Moricca ricostruisce nell’ordinanza un rapporto nel quale la proposta di una candidatura politica sarebbe stata avanzata da Lavitola già nel 2024. L’obiettivo, secondo il giudice, era individuare in Ranucci una figura capace di rappresentare una novità nello scenario politico, “sparigliare le carte” e imporsi sugli altri candidati. Il progetto, si legge nell’ordinanza, sarebbe stato riproposto con continuità, mentre Ranucci non avrebbe mai aderito formalmente, pur mostrando nel tempo un atteggiamento di apertura o almeno di curiosità. Dopo l’atto intimidatorio, sempre secondo la ricostruzione del gip, Lavitola avrebbe iniziato a trasformare quell’idea in un progetto concreto, arrivando anche a commissionare un sondaggio e investendo tempo e denaro.
Il progetto politico e l’idea di una candidatura senza partito
Il quadro emerge anche da alcune intercettazioni successive alle perquisizioni dello scorso luglio. In una conversazione, Lavitola avrebbe spiegato che il progetto avrebbe portato Ranucci fino alla Presidenza del Consiglio, arrivando a sostenere che lui stesso sarebbe stato in grado di raccogliere una quota molto consistente di consensi anche senza il sostegno di un partito. “Fratello questo non sarebbe una pre-candidatura, sarebbe presidente garantito al centodieci per cento. Io da solo prenderei il trenta per cento, senza partito, senza nulla”, avrebbe detto a un interlocutore.
È proprio il legame tra l’attentato a Ranucci e questo progetto politico a costituire uno dei punti centrali della ricostruzione del gip. Secondo l’ordinanza, Lavitola avrebbe commissionato l’azione “esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i progetti” che coltivava sul piano politico. L’atto intimidatorio, nella ricostruzione giudiziaria, avrebbe dovuto apparire agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica come una minaccia o una ritorsione legata all’attività giornalistica di Ranucci, senza però essere concepito per mettere realmente in pericolo la sua incolumità.
Il gip: Ranucci sarebbe stato vittima della manipolazione
L’ordinanza affronta anche il rapporto tra Lavitola e Ranucci dopo la scoperta dell’inchiesta. Secondo il giudice, l’imprenditore avrebbe più volte sostenuto che, se fosse stato lui il mandante dell’attentato, questo avrebbe significato che anche il giornalista era d’accordo. Una conclusione che, sottolinea il gip, non sarebbe però supportata dagli elementi raccolti dagli investigatori. Al contrario, le risultanze dell’indagine porterebbero a ritenere che Ranucci fosse vittima della manipolazione dell’indagato.
Il giudice collega questa dinamica sia alla capacità di Lavitola di influenzare il giornalista sia al rapporto personale instauratosi tra i due, tanto da spiegare la reazione di stupore e incredulità di Ranucci quando avrebbe appreso del coinvolgimento dell’amico nell’inchiesta. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, Lavitola avrebbe inoltre continuato a cercare di condizionarlo, alimentando in lui la convinzione che la ricostruzione degli inquirenti fosse del tutto inverosimile. Per il gip, il sostegno della persona offesa avrebbe rappresentato per Lavitola un elemento utile a rafforzare la propria posizione mentre l’indagine procedeva.


