
La riforma dei medici di famiglia torna al centro del confronto tra governo, Regioni e organizzazioni sindacali. Il provvedimento, inizialmente concepito come un decreto legge composto da dieci articoli, avrebbe introdotto alcune modifiche organizzative, tra cui il passaggio alla dipendenza pubblica di una quota limitata di medici di medicina generale per garantire la copertura delle attività nelle Case di comunità.
Nelle ultime ore, tuttavia, l’orientamento del Ministero della Salute è cambiato. L’ipotesi di trasformare una parte dei medici convenzionati in dipendenti pubblici sarebbe stata accantonata, almeno per il momento, a favore di una soluzione basata sulla revisione della convenzione esistente.
La nuova proposta punta a garantire la presenza dei medici di famiglia nelle Case di comunità attraverso un impegno minimo di sei ore settimanali. L’obiettivo è assicurare il funzionamento delle strutture territoriali previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), finanziate con fondi europei e considerate uno degli elementi centrali della riorganizzazione dell’assistenza sanitaria.

La questione è stata affrontata durante una riunione della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. In quell’occasione, il capo di gabinetto del ministro della Salute, Marco Mattei, avrebbe illustrato agli assessori regionali la scelta di rinviare la parte più strutturale della riforma e di concentrarsi sulle misure ritenute immediatamente applicabili.
La decisione ha suscitato reazioni critiche da parte di alcune amministrazioni regionali. Tra queste la Lombardia, il cui assessore al Welfare, Guido Bertolaso, ha espresso il proprio dissenso nel corso dell’incontro, lasciando successivamente la riunione. Secondo diverse ricostruzioni, l’assessore avrebbe contestato il cambio di impostazione dopo mesi di lavoro condiviso sul testo.
Il progetto di riforma era sostenuto da diverse Regioni che vedono nelle Case di comunità uno strumento strategico per rafforzare la sanità territoriale. In particolare, alcune amministrazioni segnalano difficoltà nel reperire professionisti disponibili a operare stabilmente nelle nuove strutture previste dal Pnrr.
Sul piano politico, il tema ha evidenziato posizioni differenti all’interno della stessa maggioranza di governo. Secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, alcune forze della coalizione avrebbero espresso perplessità sul passaggio dei medici di famiglia al regime di dipendenza, contribuendo al rallentamento del progetto.
Anche le opposizioni sono intervenute nel dibattito. Esponenti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle hanno criticato la gestione della riforma, contestando sia il metodo adottato sia il rinvio delle modifiche annunciate nei mesi precedenti. Alcuni parlamentari hanno inoltre chiesto chiarimenti sulle prospettive future del provvedimento.
Di segno opposto la reazione delle organizzazioni sindacali dei medici di medicina generale. I rappresentanti della categoria hanno accolto con favore la scelta di riconsiderare il progetto originario, ribadendo la disponibilità a discutere soluzioni condivise per il funzionamento delle Case di comunità senza modificare l’attuale status professionale dei medici di famiglia.


