
ROMA – L’ipotesi di un voto anticipato inizia a prendere forma nei ragionamenti del centrodestra. La data che circola con maggiore insistenza è quella dell’11 e 12 aprile 2027, un appuntamento che consentirebbe a Giorgia Meloni di arrivare alle urne alcuni mesi prima della scadenza naturale della legislatura prevista per ottobre.
L’idea nasce da una serie di valutazioni politiche e strategiche. A Palazzo Chigi si guarda con attenzione alle tensioni che attraversano la maggioranza, alle difficoltà della Lega e alla crescita del fenomeno Roberto Vannacci. In questo scenario, anticipare il voto potrebbe consentire al centrodestra di capitalizzare il consenso ancora disponibile prima che il logoramento dell’azione di governo e una congiuntura economica complicata producano effetti più pesanti.
Uno degli elementi che spingono verso aprile riguarda anche i parlamentari alla prima legislatura. Con la riforma del 2012 il diritto alla pensione matura infatti soltanto dopo un mandato completo di quattro anni, sei mesi e un giorno. Considerando che l’attuale legislatura è iniziata formalmente l’8 ottobre 2022, votare prima del 9 aprile 2027 priverebbe molti deputati e senatori di questo requisito. Un dettaglio che potrebbe creare forti malumori all’interno della maggioranza.
Sul tavolo c’è poi il tema delle elezioni amministrative. Nella primavera del 2027 dovrebbero votare città decisive come Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino, tutte governate dal centrosinistra e considerate contendibili ma favorevoli agli attuali sindaci. L’obiettivo della premier sarebbe evitare che una possibile vittoria del campo progressista nelle grandi città possa influenzare il successivo voto nazionale.
Per questo motivo prende quota l’idea di separare i due appuntamenti elettorali, rinunciando all’election day e portando prima gli italiani alle urne per il Parlamento. Una vittoria del centrodestra alle politiche potrebbe infatti rafforzare l’immagine del governo e incidere anche sulle successive sfide amministrative.
Dal punto di vista costituzionale, un voto fissato per l’11 aprile comporterebbe lo scioglimento delle Camere entro la fine di febbraio. La Costituzione stabilisce infatti che le elezioni debbano svolgersi entro settanta giorni dalla conclusione della legislatura. I tempi sarebbero quindi compatibili con il percorso immaginato dai vertici della maggioranza.
A pesare sono anche i rapporti interni alla coalizione. La Lega continua a spingere per un ritorno di Matteo Salvini al Viminale, ipotesi che non entusiasma Palazzo Chigi. Un eventuale scioglimento anticipato delle Camere renderebbe però poco conveniente qualsiasi rimpasto, congelando di fatto le ambizioni degli alleati.
Resta sullo sfondo una possibilità ancora più radicale: il voto già nell’autunno del 2026. Un’ipotesi che consentirebbe al governo di evitare una manovra economica particolarmente difficile e potenzialmente impopolare. Ma significherebbe sciogliere il Parlamento già ad agosto, una scelta considerata ad alto rischio e che, almeno per il momento, appare poco probabile.


