
L’accordo firmato da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian rappresenta soprattutto una tregua geopolitica e commerciale, più che un vero accordo sul nucleare. Il suo obiettivo immediato è fermare la guerra, riaprire lo Stretto di Hormuz, far tornare sul mercato il petrolio iraniano e allentare la pressione economica sia su Washington sia su Teheran.
La differenza fondamentale rispetto all’accordo del 2015 è proprio questa. Il vecchio Jcpoa di Barack Obama nasceva per risolvere il problema nucleare iraniano. Quello firmato oggi nasce invece per fermare un conflitto e rinviare le questioni più difficili.
Il memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari e l’impegno reciproco a non utilizzare la forza. Entro sessanta giorni dovrà essere negoziato un accordo definitivo che affronti i nodi ancora aperti. In altre parole, il documento firmato a Versailles non chiude la crisi ma apre una nuova fase negoziale.
Hormuz, sanzioni e il ritorno dell’Iran
Il vero cuore dell’intesa è la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita una parte fondamentale del commercio energetico mondiale. L’Iran garantirà il passaggio delle navi commerciali e il traffico marittimo tornerà gradualmente alla normalità dopo le operazioni di sminamento.
Per Washington significa ridurre la pressione sui prezzi dell’energia e rassicurare i mercati. Per Teheran significa tornare a esportare petrolio e ottenere ossigeno economico dopo mesi di guerra e isolamento. Non è un caso che l’accordo preveda anche un piano di ricostruzione e sviluppo da almeno 300 miliardi di dollari.
L’altro grande pilastro riguarda le sanzioni. Gli Stati Uniti si impegnano a sbloccare beni e fondi iraniani congelati e a consentire nuovamente le esportazioni di petrolio insieme ai servizi finanziari, assicurativi e logistici collegati.
Si tratta di una concessione molto rilevante. Nel Jcpoa del 2015 la revoca delle sanzioni era strettamente legata al rispetto di precisi obblighi sul programma nucleare. Nel nuovo memorandum, invece, la promessa americana appare più politica che tecnica e viene rinviata a una successiva definizione dei dettagli.
Il vero nodo resta il nucleare
È proprio sul nucleare che emerge la maggiore differenza rispetto all’accordo di Obama.
L’Iran ribadisce di non voler sviluppare armi atomiche, ma il testo non stabilisce limiti dettagliati all’arricchimento dell’uranio, non definisce meccanismi di verifica rigorosi e non prevede il sistema di controlli che caratterizzava il Jcpoa.
Per ora Teheran manterrà lo status quo del proprio programma nucleare e Washington si impegna a non introdurre nuove sanzioni o ulteriori dispiegamenti militari nella regione. In sostanza, la questione più delicata è stata rinviata.
Trump sostiene che il nuovo accordo sia migliore di quello firmato da Obama perché nasce dopo una guerra e perché costringe l’Iran a trattare da una posizione di maggiore debolezza. Molti osservatori, però, evidenziano che il Jcpoa era un’intesa completa, dettagliata e sostenuta da una vasta coalizione internazionale che comprendeva Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione Europea.
L’intesa attuale appare invece come un accordo quadro, pensato per congelare il conflitto e creare le condizioni per una trattativa più lunga.
Ed è proprio qui che si gioca il futuro della pace. L’accordo funziona finché conviene a entrambe le parti. Trump ottiene la riapertura di Hormuz, un possibile calo dei prezzi energetici e una riduzione delle tensioni internazionali. L’Iran ottiene la fine delle ostilità, la riapertura commerciale e la prospettiva della fine delle sanzioni.
Ma tutti i nodi strategici restano sul tavolo: il programma nucleare, il ruolo regionale dell’Iran, i rapporti con Israele, il futuro di Hezbollah e l’assetto complessivo del Medio Oriente. Per questo molti analisti considerano il memorandum non come la conclusione della crisi ma come un armistizio diplomatico. Una pausa che potrebbe durare anni oppure interrompersi molto prima, se i negoziati sul nucleare dovessero arenarsi.


