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Sondaggi, Vannacci sorpassa Salvini: adesso è panico vero

Pubblicato: 18/06/2026 13:39

Il dato è piccolo nella distanza numerica, ma enorme nel significato politico. Nei sondaggi, Roberto Vannacci supera Matteo Salvini e trasforma quello che fino a ieri sembrava un fastidio laterale in un problema vero per tutto il centrodestra. La rilevazione YouTrend citata da Reuters assegna a Futuro Nazionale il 5,9%, contro il 5,8% della Lega. Un decimale appena, certo, ma abbastanza per certificare una rottura simbolica pesantissima. Il partito personale dell’ex generale non è più soltanto una minaccia potenziale. È diventato il concorrente diretto del Carroccio e, soprattutto, una variabile capace di condizionare gli equilibri della coalizione di governo.

Il guaio vero non è soltanto che Vannacci porti via voti a Salvini. Quello, ormai, è il problema più evidente ma anche il meno profondo. Il guaio è che Vannacci costringe il centrodestra a scegliere tra due strade entrambe pericolose. Se resta fuori dalla coalizione, può sottrarre consensi decisivi e rendere più difficile la vittoria. Se viene recuperato dentro, può spostare l’asse politico della maggioranza verso una destra rabbiosa, anti-europea, poco compatibile con l’immagine istituzionale che Giorgia Meloni ha costruito in questi anni. Il problema, dunque, non è solo elettorale. È politico, culturale e strategico.

La Lega davanti alla sua creatura

Per la Lega, il sorpasso di Vannacci è una sconfitta doppia. Da una parte c’è il dato dei sondaggi, con un movimento nato da pochi mesi che aggancia e supera un partito storico del centrodestra italiano. Dall’altra c’è la beffa politica, perché Vannacci è stato portato nella Lega proprio da Salvini, candidato alle Europee, trasformato in simbolo e usato come moltiplicatore di consenso. Poi quella stessa figura è uscita dal partito e ha cominciato a costruire una casa politica autonoma, presentandosi come l’interprete più puro di una protesta che Salvini non riesce più a incarnare con la stessa forza.

Il Carroccio paga anni di oscillazioni, slogan consumati, cambi di pelle e perdita di radicamento. La vecchia Lega territoriale appare lontana, la Lega nazionale salviniana non scalda più come nel 2018, la Lega di governo sembra troppo debole per essere rassicurante e troppo gridata per essere credibile. In quello spazio entra Vannacci, che offre agli elettori più arrabbiati una versione più semplice, più dura e più immediata della protesta. Non deve mediare con ministeri, governatori, amministratori locali, imprese del Nord o dossier europei. Può dire quello che Salvini non può più dire fino in fondo, perché Salvini è ormai uomo di governo.

Il risultato è una trappola politica. Se Salvini rincorre Vannacci, ammette di non guidare più il suo stesso campo. Se lo attacca frontalmente, rischia di apparire come il padre impaurito dalla creatura che ha contribuito a far nascere. Se prova a ignorarlo, gli lascia spazio. Se prova a recuperarlo, certifica la propria debolezza. La Lega, insomma, non è soltanto sotto pressione nei numeri. È sotto pressione nella sua identità. E quando un partito non riesce più a decidere se essere forza territoriale, nazionale, di governo o di protesta, prima o poi arriva qualcuno che gli porta via la parte più istintiva del suo elettorato.

Il dilemma di Meloni

Il problema, però, non si ferma alla Lega. Per Giorgia Meloni, Vannacci è forse il guaio più insidioso perché non nasce all’opposizione del suo governo, ma dentro lo stesso perimetro politico e sentimentale del centrodestra. La premier ha costruito la propria forza su una trasformazione precisa. È passata dalla protesta alla responsabilità, dalla retorica anti-Bruxelles al rapporto stabile con l’Europa, dalla destra barricadera alla destra di governo. Vannacci la sfida proprio su quel terreno, accusandola implicitamente di essersi normalizzata troppo, di avere abbandonato la promessa più dura e più identitaria rivolta all’elettorato di destra.

È qui che nasce il panico vero. Alcune rilevazioni segnalano che Futuro Nazionale potrebbe essere decisivo per la tenuta numerica della coalizione. Con Vannacci dentro, il centrodestra resta competitivo e può allargare il proprio bacino. Senza Vannacci, una parte di quei voti rischia di disperdersi o di trasformarsi in opposizione permanente alla stessa maggioranza. Ma includerlo significherebbe pagare un prezzo alto. Vorrebbe dire consegnare a un soggetto esterno, radicale e difficilmente controllabile un potere di ricatto politico sulla linea del governo, sull’Europa, sull’immigrazione, sulla sicurezza e perfino sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Il paradosso è tutto qui. Meloni ha bisogno di apparire affidabile in Europa e nella Nato, ma non può permettersi di perdere il controllo dello spazio alla sua destra. Forza Italia ha bisogno di difendere l’area moderata della coalizione, ma rischia di trovarsi dentro un campo sempre più spostato sulla protesta. La Lega ha bisogno di sopravvivere, ma non può farlo inseguendo all’infinito chi la sta svuotando. Vannacci, invece, può permettersi di essere semplice. Non governa, non media, non deve tenere insieme i mercati, Bruxelles, Washington, i territori, i ministeri e i conti pubblici. Può fare soltanto una cosa, erodere consenso e imporre il proprio linguaggio.

Per questo il sorpasso nei sondaggi non è solo una brutta notizia per Salvini. È una pessima notizia per tutto il centrodestra. Dice che una parte dell’elettorato non si sente più rappresentata dalla coalizione di governo, ma da una sua versione più rabbiosa e più libera da vincoli. Dice che la Lega rischia di diventare marginale proprio nel campo che aveva dominato. Dice che Meloni non ha più il monopolio dello spazio politico alla sua destra. E dice, soprattutto, che alle prossime elezioni il centrodestra potrebbe trovarsi davanti al paradosso più pericoloso. Vincere solo consegnandosi a chi può deformarne l’identità.

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