
Qualche sera fa cercavo nei canali televisivi un film che potesse interessarmi. Non trovavo nulla e stavo per ripiegare su un libro che dovevo finire di leggere. Per puro caso mi sono imbattuto su Netflix in Reagan – Un presidente sotto i riflettori, girato da Sean McNamara nel 2024, ventennale della morte del quarantesimo presidente degli Stati Uniti.
Allora non mi ero accorto della sua esistenza. E mi par di capire che non è stato un successo. Peraltro non sono appassionato di biopic, come ormai anche noi chiamiamo quelli che una volta erano i film biografici. Ma ho deciso di guardarlo. Ogni giorno siamo condannati a seguire gli alti (ma quali?) e i bassi di Donald Trump e ogni tanto mi chiedo come passerà alla storia. Nella sua stagione apprezzavo Ronald Reagan. Invece non sono riuscito neppure per un minuto ad apprezzare Donald Trump. Proprio non ci riesco. Quindi mi son detto che forse il film su Reagan poteva spiegarmi perché. Il biopic è ovviamente elegiaco di Reagan. Forse troppo. Anzi, sicuramente troppo.
Eppure mi sono chiesto come sia stato possibile che i repubblicani americani, che hanno avuto ottimi presidenti, siano riusciti ad amare – e a far eleggere due volte – una personalità così diversa da Reagan. Certo, Trump ha avuto – alimentando il movimento Maga – la capacità di cambiare la tradizionale cultura del partito. Ma – a mio modesto parere – in peggio, molto in peggio. E mi viene il dubbio che se nel 1951 non fosse stato ratificato – dopo le quattro elezioni consecutive di Franklin Delano Roosevelt – il XXII emendamento all Costituzione, che ha limitato a 2 i mandati presidenziali, l’America potrebbe ritrovarsi Trump anche tra due anni, nonostante l’età avanzata. E forse anche tra sei anni. Perché non vedo emergere figure politiche di rilievo, sia nel campo repubblicano sia in quello democratico. E non so darmi una spiegazione.
Noi e l’America
So, tuttavia, che con l’America dobbiamo fare i conti. E in fondo lo spero. Perché siamo parte dell’Occidente e della sua cultura. Dell’Occidente democratico e liberale. Che critichiamo ogni giorno, essendo liberi di farlo. Ed ne è naturalmente libera la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, anche se il bullo Trump ritiene che non ne abbia diritto.
D’altra parte se Trump è riuscito a criticare Leone XIV, primo Papa americano della storia, e, a giro, tutti i leader europei, non sorprende che sia toccato anche alla Meloni. Dal Trump che riesce dichiararsi vincitore nello scontro con l’Iran avendo palesemente perso, ci si può aspettare di tutto. Ma bene ha fatto la Meloni a reagire in maniera netta. Peraltro non è la prima volta.
Quando nel febbraio scorso Trump derise il ruolo degli alleati in Afghanistan, Meloni reagì chiarendo che “L’amicizia richiede rispetto”. “Il Governo italiano – questo il comunicato ufficiale – ha appreso con stupore le dichiarazioni del Presidente Trump secondo cui gli alleati della NATO sarebbero “rimasti indietro” durante le operazioni in Afghanistan. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la NATO ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia: un atto di solidarietà straordinario nei confronti degli Stati Uniti. In quell’imponente operazione contro chi alimentava il terrorismo, l’Italia rispose immediatamente insieme agli alleati, dispiegando migliaia di militari e assumendo la piena responsabilità del Regional Command West, una delle aree operative più rilevanti dell’intera missione internazionale.
Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra Nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi NATO in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata. Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia, fondata sulla comunanza di valori e sulla collaborazione storica, ancora più necessaria di fronte alle molte sfide in atto. Ma l’amicizia necessita di rispetto, condizione fondamentale per continuare a garantire la solidarietà alla base dell’Alleanza Atlantica”.
Tradotto, “Amici sempre, servi mai, né degli USA né di chicchessia”.
Quindi perché stupirsi? Non poteva che risponde come ha fatto all’idiozia trumpiana sulla falsa richiesta di un foto opportunity. E non poteva non farlo, come fatto con il comunicato molto duro al secondo attacco del bullo. E’ bene ricordarlo: “La mia risposta all’ultimo post di Donald Trump che mi riguarda. Ma non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito”.
“Presidente Trump – avverte Meloni – , questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò Presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una Nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua”.
Che sia finita così è improbabile. Ma è certo che per la Meloni la storica alleanza Italo-statunitense non prevede sudditanza. Credo che il bullo troverà il modo di spararne altre. Ci aspettano mesi difficili, in attesa delle Midterm Elections. Tocca non a noi ma agli americani azzoppare il bullo. Vedremo. Intanto, per quanto mi riguarda, rimpiango Ronald Reagan.


