
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Taranto hanno eseguito 30 misure cautelari nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Taranto e dalla Procura di Bari.
Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero costituito una presunta associazione per delinquere finalizzata a sfruttare in modo fraudolento il decreto flussi, favorendo l’ingresso in Italia di cittadini extracomunitari attraverso richieste di assunzione ritenute fittizie.
Come avrebbe operato il sistema
Stando all’ipotesi accusatoria, intermediari all’estero individuavano persone interessate a entrare in Italia e concordavano il pagamento delle somme richieste. Successivamente venivano predisposte domande di nulla osta al lavoro subordinato o stagionale attraverso il portale del Ministero dell’Interno, indicando posti di lavoro che, secondo gli investigatori, in alcuni casi sarebbero stati inesistenti o non necessari alle aziende coinvolte.
Una volta ottenuto il nulla osta e completato l’iter burocratico presso consolati, prefetture e uffici competenti, i cittadini stranieri potevano richiedere il permesso di soggiorno.
Il presunto tariffario
Secondo la ricostruzione della Procura, ogni pratica avrebbe fruttato circa 6.500 euro, così ripartiti: 5.000 euro al datore di lavoro compiacente, 1.000 euro all’intermediario incaricato di reperire il migrante e 500 euro all’avvocato coinvolto.
Le intercettazioni avrebbero inoltre documentato l’utilizzo di termini in codice per riferirsi al denaro, come “mandarini”, “caffè” o “caffettino”.
Le intercettazioni e il riferimento a Meloni
Tra gli elementi acquisiti dagli investigatori figurano anche alcune conversazioni intercettate nelle quali uno degli indagati commenta l’iniziativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nel giugno 2024 aveva segnalato alla Procura nazionale antimafia possibili anomalie nelle domande presentate nell’ambito del decreto flussi.
In una delle conversazioni, l’avvocato avrebbe spiegato che l’esposto della premier aveva determinato un rafforzamento dei controlli sulle pratiche, affermando che Meloni stava “rompendo i coglioni” insistendo sulla necessità di verifiche più approfondite.
Le accuse
L’inchiesta è ancora nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate dalla Procura dovranno essere vagliate nel corso del procedimento e le persone coinvolte sono da considerarsi non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva.


