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“Minacciato di morte”. Caos ai Mondiali, si mette male per il campione: non può tornare a casa

Pubblicato: 11/07/2026 18:55

Il cronometro corre inesorabile verso la fine, il respiro è corto e la pressione di un intero popolo schiaccia le spalle di un uomo solo. Mancano pochissimi istanti al triplice fischio, la palla rimbalza perfettamente sul prato verde e l’occasione della vita si materializza a pochi metri dalla linea di porta. Poi, l’impatto imperfetto, la sfera che si impenna sopra la traversa e il silenzio irreale che cala prima del boato di frustrazione. In quel preciso istante, il confine sottile tra la gloria sportiva e l’incubo personale si spezza drammaticamente. Quello che doveva essere solo un errore di gioco si trasforma rapidamente in una condanna, costringendo un ragazzo a non salire sul volo di ritorno insieme ai compagni, separato brutalmente dalla sua terra da una minaccia invisibile ma spaventosa.

Il peso di un errore sotto la porta

Durante l’acceso scontro degli ottavi di finale dei Mondiali, la sfida tra Svizzera e Colombia era bloccata sul punteggio di 0-0. Mancavano pochissimi minuti al termine dei tempi supplementari, precisamente il centoventesimo, quando Jaminton Campaz, attaccante ventiseienne di proprietà del Rosario Central, ha avuto sul suo piede la palla d’oro per regalare la qualificazione ai quarti di finale alla propria nazionale. Subentrato a metà del secondo tempo, il calciatore ha calciato alto da posizione favorevolissima, sprecando una chance clamorosa. La sfida si è poi decisa ai calci di rigore, dove la Colombia è stata eliminata nonostante lo stesso Campaz avesse trasformato il proprio penalty. Gli errori decisivi di Davinson Sanchez e Cucho Hernandez hanno sancito la fine dell’avventura mondiale, ma l’attenzione pubblica si è immediatamente riversata sull’incredibile errore commesso dall’attaccante prima dei tiri dal dischetto.

L’ombra drammatica del passato

La reazione violenta di una frangia di pseudo-tifosi ha immediatamente evocato i fantasmi di una delle pagine più nere e tristi della storia del calcio mondiale. Il pensiero collettivo è andato subito ad Andres Escobar, il difensore e pilastro della nazionale colombiana che nel 1994, durante i Mondiali negli Stati Uniti, fu autore di un tragico autogol nella partita contro i padroni di casa. Quella sconfitta per 2-1 costò l’eliminazione a una squadra ricca di talento, che vantava stelle del calibro di Carlos Valderrama e Faustino Asprilla. Appena dieci giorni dopo il rientro in patria, il due luglio del 1994, Escobar venne barbaramente assassinato a colpi di pistola all’esterno di un locale a Medellin da sicari legati al mondo del narcotraffico e delle scommesse clandestine. A distanza di oltre trent’anni, la paura che la storia possa ripetersi ha spinto gli organi di sicurezza a sconsigliare a Campaz il rientro in Colombia, lasciando il giocatore in una sorta di esilio forzato protettivo.

La reazione delle istituzioni calcistiche

Di fronte alle gravissime minacce di morte ricevute dal calciatore e dai membri della sua famiglia, la Federazione calcistica della Colombia ha deciso di intervenire con estrema fermezza. Il comitato esecutivo della federazione ha esortato ufficialmente la Procura generale della nazione ad avviare indagini immediate per individuare e punire i responsabili di questi atti intimidatori nel minor tempo possibile. Attraverso un comunicato ufficiale, i vertici del calcio colombiano hanno espresso la totale solidarietà a Jaminton Campaz, ribadendo che nessuno sportivo dovrebbe mai temere per la propria incolumità per aver rappresentato il proprio Paese. La federazione ha voluto sottolineare l’impegno, l’amore per la maglia e la professionalità dimostrati da tutti i componenti della delegazione, ricordando che lo sport deve rimanere un veicolo di unità e rispetto e mai trasformarsi in un palcoscenico per l’odio e la violenza sociale.

Il messaggio del calciatore tra orgoglio e paura

Nonostante il clima di estrema tensione, Jaminton Campaz ha voluto affidare ai propri canali social una riflessione profonda e ricca di dignità. L’attaccante ha ricordato l’immensa gioia provata nel coronare il sogno d’infanzia di vestire la maglia della nazionale e di segnare una rete in un Mondiale, facendo riferimento al gol siglato nella vittoria contro l’Uzbekistan. Il calciatore ha condiviso apertamente il dolore e la frustrazione per l’eliminazione dal torneo, scusandosi con il popolo colombiano per non aver regalato la gioia tanto attesa ma garantendo di aver dato tutto se stesso sul terreno di gioco. Nella parte finale della sua dichiarazione, Campaz ha lanciato un accorato appello al rispetto reciproco, affermando che si può dissentire o provare profonda tristezza per un risultato sportivo, ma che nessuna passione calcistica potrà mai giustificare la violenza, l’odio e l’obbligo di dover vivere con la paura.

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