
A dieci anni dall’omicidio di Luca Varani, uno dei delitti più efferati che hanno sconvolto Roma negli ultimi anni, Manuel Foffo parla per la prima volta pubblicamente dal carcere. Condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione, il 39enne ha affidato all’Adnkronos una lunga lettera nella quale ripercorre il proprio percorso di riflessione e affronta nuovamente quanto accaduto nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016, quando il giovane di 23 anni venne torturato e ucciso nell’appartamento di Foffo, nel quartiere Collatino.
«A Luca Varani ci penso, certo. Come potrei non farlo», scrive Foffo. «Penso alle azioni che ho fatto, a quanto è stato tragico il destino. Sono consapevole che il reato è stato grave ed è giusto che io paghi». Parole con cui il detenuto ribadisce di essere pienamente cosciente della gravità del delitto, aggiungendo però di coltivare la speranza, una volta espiata la pena, di poter ricostruire la propria esistenza.
«Ho riflettuto per anni, il divertimento non c’entrava»
Nel corso della lettera Foffo racconta il lungo percorso di introspezione affrontato durante gli anni trascorsi nel carcere romano di Rebibbia. Spiega di aver cercato di comprendere fino in fondo cosa sia accaduto in quei giorni e quali dinamiche lo abbiano portato a partecipare all’omicidio.
«In questi anni ho avuto modo di riflettere sull’accaduto, ho metabolizzato il reato e ho trovato conferme e riscontri personali su ciò che percepivo al momento del fatto, relativamente alle motivazioni che mi hanno spinto a compiere quel gesto. Ma il divertimento proprio non c’entrava», afferma.
Secondo Foffo, ripercorrere ogni fase della vicenda gli avrebbe consentito di «mettere insieme tutti i pezzi del mosaico», comprendendo meglio anche il rapporto che lo legava a Marco Prato, l’altro protagonista della vicenda.
Il rapporto con Marco Prato e la ricostruzione di Foffo
Nella sua testimonianza Foffo torna anche sul legame con Marco Prato, il pr romano che si tolse la vita nel carcere di Velletri la notte precedente all’inizio del processo nei suoi confronti.
Ricordando i tre giorni trascorsi chiusi nell’appartamento prima dell’omicidio, Foffo racconta un episodio apparentemente marginale ma che, a suo giudizio, sarebbe significativo per comprendere il rapporto tra i due. Cita la canzone Est-ce Que Tu M’aimes? del cantante francese Maitre Gims, che Prato gli faceva ascoltare frequentemente.
«Me la metteva perché sapeva che mi piaceva. Nel suo cervello serviva a conquistarmi. Probabilmente, se fosse riuscito a conquistarmi, l’omicidio nemmeno sarebbe avvenuto. Se fossi stato omosessuale, Prato non avrebbe voluto altre persone. Visto che così non è, è andato tutto storto», sostiene.
Foffo respinge inoltre le interpretazioni che negli anni hanno attribuito alla vicenda una componente legata al proprio orientamento sessuale. «Più mi si attribuisce un’omosessualità che non ho, più capisco che si è lontani dalla verità dell’omicidio, perché non si comprendono le fondamenta del rapporto tra me e Prato. È anche una mancanza di rispetto nei confronti della famiglia di Luca Varani, che merita la verità».
L’omicidio che sconvolse l’Italia
Il delitto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 all’interno dell’appartamento di Manuel Foffo in via Igino Giordani, a Roma. Dopo giorni trascorsi consumando ingenti quantità di alcol e sostanze stupefacenti, Foffo e Marco Prato contattarono Luca Varani, un giovane di 23 anni conosciuto solo superficialmente, invitandolo nell’abitazione.
Una volta arrivato, Varani venne sottoposto a un lungo e brutale pestaggio, quindi torturato con numerosi colpi inferti con martelli, coltelli e altri oggetti. Il ragazzo morì in seguito alle gravissime lesioni riportate. Il caso suscitò enorme impressione nell’opinione pubblica per l’estrema violenza dell’aggressione e per le modalità con cui venne consumato il delitto.
La condanna definitiva e il percorso in carcere
Nel 2019 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna di Manuel Foffo a 30 anni di reclusione. Diversa la posizione di Marco Prato, che non arrivò mai al giudizio definitivo perché si suicidò nella sua cella nel maggio 2017, poche ore prima dell’inizio del processo.
Oggi, a dieci anni dai fatti, Foffo sostiene di aver affrontato un profondo percorso di elaborazione personale. «Ho ripercorso tutti i momenti, da quando ho conosciuto Prato fino alla notte dell’omicidio. Ho cercato di capire davvero cosa stessi vivendo in quegli istanti. Oggi sento di avere finalmente tutti i pezzi del mosaico», conclude nella lettera, ribadendo la consapevolezza della propria responsabilità e la volontà di pagare per quanto commesso.


