
L’allarme sulla possibile presenza del Vibrio vulnificus, noto come “batterio mangiacarne”, nelle acque dello Stretto di Messina è tornato a circolare sui social, spingendo l’Istituto superiore di sanità a chiarire quali siano i rischi reali.
Secondo l’Iss, la possibilità di contrarre l’infezione nelle acque italiane è estremamente bassa, nonostante in passato siano state rilevate tracce del batterio nel nostro Paese. A riaccendere i timori è stato il ritorno online di uno studio dell’Università di Messina del 2005, nel quale erano state individuate tracce del patogeno proprio nello Stretto.
Perché il Mediterraneo è meno favorevole al batterio
Il Vibrio vulnificus tende a proliferare in presenza di temperature dell’acqua superiori ai 18 gradi e con una salinità compresa tra 15 e 25 parti per mille.
Sono condizioni che caratterizzano soprattutto il Mar Baltico e il Mar Nero, indicati tra le aree maggiormente esposte. Nel Mediterraneo, invece, la salinità è superiore al doppio di quella soglia e, secondo l’Iss, questo elemento contribuisce a mantenere il rischio su livelli molto bassi.
L’Istituto superiore di sanità raccomanda comunque alcune semplici precauzioni: evitare di fare il bagno in presenza di ferite aperte e non consumare frutti di mare crudi o poco cotti.
Come può avvenire il contagio
L’infezione può essere contratta principalmente in due modi. Il primo è attraverso il consumo di alimenti contaminati, soprattutto molluschi e altri frutti di mare crudi, con la possibile comparsa di disturbi gastrointestinali.
Il secondo riguarda il contatto tra acqua salata contaminata e ferite aperte. In questo caso l’infezione può provocare vesciche e bolle emorragiche e, nelle forme più gravi, può evolvere in fascite necrotizzante.
Chi corre i rischi maggiori
Le conseguenze più severe riguardano soprattutto le persone immunocompromesse. Nei casi più gravi, un’infezione non trattata tempestivamente con antibiotici può rendere necessaria anche l’amputazione dell’arto colpito.
Secondo le informazioni riportate dall’Iss, nel 5% dei casi l’infezione può evolvere in sepsi, una complicanza che interessa in particolare i pazienti con un sistema immunitario compromesso.
L’allarme sullo Stretto di Messina, quindi, va letto alla luce di queste indicazioni: la presenza storica di tracce del batterio non significa che il rischio di infezione per chi frequenta le acque italiane sia elevato.


