
Il Mediterraneo è sempre più caldo e il fenomeno non riguarda soltanto la temperatura percepita durante un bagno. Il riscaldamento del mare sta modificando la distribuzione dei pesci, la composizione del plancton e la quantità di ossigeno disponibile nell’acqua, con conseguenze sugli equilibri degli ecosistemi.
A luglio la temperatura superficiale media del Mediterraneo ha raggiunto 27,07 °C, superando il precedente record di 26,68 °C registrato nello stesso mese del 2025. Secondo i dati di Mercator Ocean International basati su Copernicus Marine, il 94% del bacino ha registrato temperature superiori alla media, mentre il 79% è stato interessato almeno per un giorno da un’ondata di calore marina forte, severa o estrema.
Un mare più caldo non significa la stessa cosa ovunque
Il valore di 27 gradi non rappresenta una soglia biologica valida per tutto il Mediterraneo. Le condizioni estive possono essere molto diverse tra Mediterraneo occidentale e orientale e ogni organismo presenta una diversa capacità di sopportare il caldo.
A determinare gli effetti sugli ecosistemi sono soprattutto quanto la temperatura supera i valori abituali, per quanto tempo rimane elevata e fino a quale profondità arriva il riscaldamento.
È proprio la persistenza delle temperature anomale a trasformare una semplice fase di mare caldo in un’ondata di calore marina. Quando il fenomeno si prolunga, gli organismi sono sottoposti a uno stress continuo e hanno meno possibilità di recuperare.
Il caldo sposta i pesci e cambia la pesca
I pesci possono reagire all’aumento delle temperature cercando acque più fresche, spostandosi verso nord oppure scendendo a maggiore profondità. Non tutte le specie, però, hanno la stessa capacità di adattamento.
Uno studio pubblicato nel 2026 su Scientific Reports ha analizzato attraverso un modello ecosistemico gli effetti delle ondate di calore marine nel Mediterraneo occidentale tra il 1995 e il 2022. Gli effetti stimati cambiano a seconda delle aree: nel Mediterraneo settentrionale alcuni gruppi possono registrare conseguenze limitate o persino positive, mentre nelle zone meridionali, in particolare nei mari di Alboran e d’Algeria, prevalgono gli effetti negativi.
Nelle aree meridionali considerate dallo studio, le ondate di calore sono associate a riduzioni superiori al 5% delle catture complessive stimate delle specie commerciali. Per alcuni produttori bentonici, cioè organismi che vivono sul fondale e contribuiscono alla rete alimentare marina, le riduzioni relative superano in alcune zone il 15%.
Si tratta di stime ottenute attraverso modelli ecosistemici e non di dati sulle catture effettivamente registrate nei porti. Il fenomeno evidenzia però come il riscaldamento possa modificare progressivamente la presenza delle specie.
Cambiano anche le comunità del plancton
Il mare più caldo non significa automaticamente una maggiore presenza di alghe. A determinare la crescita e la distribuzione del plancton concorrono diversi fattori, tra cui temperatura, luce, nutrienti, salinità e movimento delle acque.
Un esperimento condotto nella laguna mediterranea di Thau, in Francia, ha simulato due ondate di calore consecutive, con temperature di circa 5 °C superiori rispetto ai campioni di controllo. Durante gli esperimenti è stata osservata una risposta della biomassa fitoplanctonica, ma soprattutto è cambiata la composizione delle comunità.
Alcuni gruppi, tra cui cianobatteri e clorofite, sono risultati favoriti rispetto ad altri. Il cambiamento è importante perché il fitoplancton costituisce una componente fondamentale della catena alimentare marina: modificare la sua composizione significa potenzialmente modificare anche le risorse disponibili per zooplancton, piccoli pesci e specie predatrici.
La situazione può diventare ancora più complessa quando nell’acqua sono presenti grandi quantità di nutrienti, come azoto e fosforo. Una crescita molto intensa del fitoplancton può essere seguita dalla decomposizione della biomassa, processo che consuma ossigeno.
L’acqua calda contiene meno ossigeno
C’è poi un effetto meno visibile, ma fondamentale: l’acqua calda riesce a trattenere meno ossigeno rispetto all’acqua fredda.
Contemporaneamente, con l’aumento della temperatura può crescere il metabolismo di numerosi organismi e quindi anche il loro fabbisogno di ossigeno. Il riscaldamento degli strati superficiali può inoltre accentuare la stratificazione della colonna d’acqua, riducendo il mescolamento con gli strati più profondi e rendendo più difficile il trasferimento di ossigeno verso il fondale.
Nell’esperimento condotto nella laguna di Thau, le concentrazioni di ossigeno disciolto durante e dopo le ondate di calore simulate sono risultate tra il 3% e il 6% inferiori rispetto ai campioni non riscaldati.
Nel Mediterraneo reale il quadro è naturalmente più complesso e dipende da correnti, profondità, vento, nutrienti e caratteristiche locali. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, circa il 24% dell’area mediterranea effettivamente valutata presenta concentrazioni inferiori a 6 milligrammi di ossigeno per litro, soprattutto nelle zone costiere.
Quando il caldo si somma agli altri fattori
Temperature elevate, forte stratificazione delle acque, eccesso di nutrienti e decomposizione di grandi quantità di materia organica possono combinarsi e favorire condizioni di ipossia, cioè una disponibilità di ossigeno insufficiente per molti organismi.
Il record di 27,07 °C non significa quindi che il Mediterraneo abbia superato una soglia oltre la quale gli ecosistemi entrano automaticamente in crisi. Il dato mostra però quanto sia estesa la fase di riscaldamento e quanto siano importanti intensità e durata delle anomalie.
Più a lungo il mare rimane sopra i valori normali, maggiore è lo stress a cui vengono sottoposti pesci, plancton e organismi del fondale. E con ondate di calore sempre più frequenti e ravvicinate, anche il tempo a disposizione degli ecosistemi per recuperare può ridursi.


