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Houthi attaccano una raffineria saudita, Trump rivendica Hormuz: sale la tensione in Medio Oriente

Pubblicato: 18/08/2026 15:54

Gli Houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno rivendicato un nuovo attacco con droni contro la raffineria petrolifera di Aramco a Jazan, sulla costa meridionale dell’Arabia Saudita, vicino al confine con lo Yemen.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Houthi Saba, che cita una fonte militare, l’operazione sarebbe stata condotta come risposta alle presunte violazioni dello spazio aereo yemenita nei governatorati di Saada e Hajjah. I ribelli avevano già rivendicato la scorsa settimana un attacco contro la stessa infrastruttura.

La nuova offensiva arriva in un quadro regionale sempre più instabile. Il cessate il fuoco in vigore dal 2022 tra gli Houthi, che controllano parte dello Yemen, e il governo yemenita sostenuto da Riad è infatti fallito il mese scorso. Da allora, i ribelli hanno nuovamente preso di mira infrastrutture e navi saudite, dopo aver annunciato un blocco contro la flotta del regno nel Mar Rosso.

Hormuz resta al centro dello scontro

La crisi si intreccia con la situazione nello Stretto di Hormuz, la principale via di passaggio per il commercio mondiale di idrocarburi nella regione. Secondo quanto riportato nel testo, il passaggio resta bloccato dall’Iran, rendendo ancora più strategica la rotta alternativa attraverso il Mar Rosso.

Sul fronte diplomatico, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Turk, ha invitato le parti coinvolte nel conflitto yemenita a «cessare immediatamente» le offensive, avvertendo del rischio di un ritorno a un conflitto su vasta scala.

La guerra nello Yemen, iniziata nel 2014, ha provocato centinaia di migliaia di vittime e una gravissima crisi umanitaria in uno dei Paesi più poveri della penisola arabica.

Trump: «Nuovo territorio statunitense»

A rendere ancora più teso il quadro è stato intanto Donald Trump, che ha pubblicato su Truth una cartina dello Stretto di Hormuz con la scritta «New US Territory», cioè «Nuovo territorio statunitense».

La provocazione ha immediatamente suscitato la reazione di Teheran. Kazem Gharibabadi, viceministro degli Esteri iraniano, ha scritto sui social che l’«illusione» di Trump sulla sovranità dello Stretto sarebbe stata presto corretta: «Presto, l’illusione di Trump riguardo allo Stretto di Hormuz verrà corretta, oppure correggeremo noi le illusioni di quest’uomo illuso».

La tensione è ulteriormente aumentata dopo la notizia di una nave colpita da un proiettile nello Stretto, con un morto. Teheran ha ribadito che il passaggio resta chiuso, mentre Trump ha sostenuto sui social che Hormuz sarebbe territorio statunitense.

Dallo scontro con l’Iran alla crisi di Gaza

La crisi dello Stretto si inserisce in una più ampia escalation regionale. Secondo la ricostruzione fornita, il 28 febbraio Stati Uniti e Israele avevano attaccato l’Iran, uccidendo l’ayatollah Ali Khamenei e decine di altri leader. Teheran aveva risposto colpendo Israele, basi statunitensi nel Golfo e Paesi che le ospitano, oltre a bloccare lo Stretto di Hormuz e mobilitare Hezbollah in Libano.

A giugno Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un memorandum d’intesa in 14 punti comprendente una tregua. La situazione è però nuovamente precipitata l’8 luglio, quando Washington ha attaccato l’Iran. Dopo alcuni giorni gli attacchi incrociati si sono fermati, mentre Hormuz è rimasto bloccato. Trump sostiene comunque che i negoziati di pace siano ancora in corso.

Nel frattempo, resta fragile anche il fronte libanese. Israele e Hezbollah avevano raggiunto un cessate il fuoco, ma il 15 agosto sono ripresi i raid israeliani nel sud del Libano. L’Idf ha sostenuto che si trattasse della risposta a un attacco contro le proprie truppe.

Gaza, resta aperto il dossier sul disarmo di Hamas

Sul fronte palestinese, il 31 luglio gli Stati Uniti avevano annunciato un accordo con Hamas per il disarmo dell’organizzazione e il trasferimento del controllo di Gaza a un governo tecnico palestinese.

Il piano non è stato accettato da Benjamin Netanyahu, che ha indicato il disarmo di Hamas come condizione necessaria e, durante l’incontro con Jared Kushner del 17 agosto, ha ribadito la propria opposizione alla nascita di uno Stato palestinese.

Secondo i dati Unicef riportati nel testo, dall’inizio del cessate il fuoco siglato a ottobre Israele avrebbe ucciso almeno 1.200 palestinesi a Gaza, tra cui oltre 300 bambini.

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