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Di Battista, il “Dibba” duro e puro del grillismo: dalla piazza al Parlamento, fino all’opposizione permanente

Pubblicato: 29/08/2026 16:24

Dalla militanza nei meetup all’ingresso in Parlamento, dalle piazze del Movimento 5 Stelle alla decisione di non ricandidarsi, fino alla rottura sul governo Draghi e alla nuova vita tra reportage, libri, teatro e attivismo politico. Alessandro Di Battista, 48 anni, è stato uno dei personaggi più riconoscibili della prima stagione del grillismo e continua, anche molti anni dopo la fine della sua esperienza parlamentare, a occupare uno spazio particolare nella politica italiana. Il “Dibba”, come viene chiamato da sostenitori e avversari, appartiene alla generazione cresciuta intorno a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, quando parole d’ordine come “uno vale uno”, democrazia diretta, rifiuto dei partiti tradizionali e critica delle élite costituivano l’identità più profonda del Movimento.

Di quella stagione Di Battista è stato probabilmente uno degli interpreti più autentici e radicali. Deputato dal 2013 al 2018, componente del direttorio voluto da Grillo e protagonista delle campagne elettorali che portarono il M5s fino al 32% dei voti, ha costruito la propria identità attorno soprattutto a una parola: opposizione. Anche quando il Movimento è diventato forza di governo, prima con la Lega e successivamente con il Partito Democratico, ha continuato a sostenere la necessità di preservarne la natura alternativa sia al centrodestra sia al centrosinistra. Una posizione che lo ha progressivamente allontanato dalla trasformazione istituzionale del M5s fino alla rottura definitiva del 2021, quando i Cinquestelle decisero di sostenere Mario Draghi.

Ma Di Battista non ha mai realmente abbandonato la politica. Ha semplicemente cambiato terreno. Alla Camera e alle riunioni di partito ha sostituito viaggi, reportage, libri, podcast, televisione, teatro e campagne dal basso. La sua è così diventata la storia di un politico rimasto tale anche senza un seggio e senza una tessera: dal ragazzo dei meetup al deputato, dal tribuno delle piazze al reporter, fino all’attuale tentativo di costruire attorno all’associazione Schierarsi una nuova forma di mobilitazione. Con un filo conduttore rimasto sostanzialmente intatto: il rifiuto del compromesso quando viene percepito come resa e la convinzione che la politica debba conservare una forte dimensione di conflitto.

Gli studi, il Guatemala e la vita prima della politica

Alessandro Di Battista nasce a Roma il 4 agosto 1978. Dopo la maturità scientifica al liceo Farnesina si iscrive al Dams dell’Università Roma Tre, dove si laurea con lode nel 2004. Quattro anni più tardi consegue alla Sapienza un master in tutela internazionale dei diritti umani. Prima di diventare parlamentare costruisce però una parte importante della propria formazione molto lontano da Montecitorio.

Lavora nella cooperazione internazionale e trascorre lunghi periodi soprattutto in Centro e Sud America. In Guatemala si occupa di progetti legati all’educazione, al microcredito e alle attività produttive, entrando in contatto con comunità e realtà sociali molto differenti da quelle europee. Nel 2010 attraversa diversi Paesi latinoamericani e comincia a sviluppare quell’interesse per il reportage che sarebbe successivamente diventato una seconda professione.

L’America Latina non rappresenta per Di Battista soltanto un’esperienza di viaggio. Diventa una lente attraverso la quale leggere povertà, diseguaglianze, rapporti tra potere economico e politico, criminalità e ruolo degli Stati Uniti nel continente. Molte delle posizioni che assumerà successivamente in politica estera affondano le proprie radici proprio in questa fase.

Nel 2011 comincia a collaborare con il blog di Beppe Grillo, pubblicando reportage. L’anno successivo Gianroberto Casaleggio gli commissiona un lavoro sul fenomeno dei sicari in America Latina, dal quale nascerà Sicari a cinque euro, pubblicato inizialmente in formato elettronico. Il futuro deputato non è ancora il “Dibba” televisivo conosciuto successivamente da milioni di italiani, ma molti dei suoi tratti pubblici sono già presenti: viaggio, denuncia, attenzione ai conflitti sociali, diffidenza verso i poteri costituiti e un linguaggio deliberatamente diretto.

Chi era il padre Vittorio

La politica, del resto, era già entrata nella famiglia Di Battista molto prima dell’arrivo di Alessandro nel Movimento 5 Stelle. Suo padre Vittorio Di Battista, imprenditore, morto a Roma il 20 giugno 2025, aveva avuto una storia politica molto diversa da quella successivamente scelta dal figlio. Era stato militante del Movimento Sociale Italiano e consigliere comunale del Msi a Civita Castellana, nel Viterbese, per poi passare attraverso altre esperienze politiche, da Alleanza Nazionale fino a un periodo nell’Italia dei Valori.

Vittorio non aveva mai rinnegato la propria formazione politica e continuò a definirsi apertamente fascista, spesso con un gusto per la provocazione che finì inevitabilmente per attirare l’attenzione anche quando il figlio divenne uno dei principali dirigenti del M5s. Alessandro non ne ha mai condiviso il fascismo, ma non ha neppure cercato di nascondere le idee del padre o di trasformare la distanza politica in una distanza personale. Una volta arrivò a definirlo «il fascista più liberale che conosco», sottolineandone alcune posizioni sui diritti civili che mal si conciliavano con un’identità politica apparentemente così netta.

Il rapporto tra i due aiuta anche a comprendere alcuni aspetti del carattere pubblico di Di Battista. Dal padre Alessandro ha riconosciuto di avere ereditato soprattutto l’irriverenza, l’anticonformismo e una sostanziale indifferenza verso il giudizio altrui. Vittorio, durante gli anni di massima popolarità del figlio, divenne a sua volta un piccolo personaggio mediatico. Partecipava agli appuntamenti pentastellati e non esitava a criticare neppure il Movimento quando riteneva che avesse abbandonato le battaglie originarie. Nel 2018 si presentò alla manifestazione Italia 5 Stelle al Circo Massimo con un cartello “No Tap, No Tav, No Benetton”, scherzando sul fatto di essere rimasto «il capo dell’opposizione».

Non mancarono episodi più controversi. Nel 2019 Vittorio ammise pubblicamente di essersi avvalso nella propria azienda di un lavoratore in nero per alcune ore alla settimana. Alessandro reagì criticando apertamente il comportamento del padre, che successivamente si scusò. Anche quell’episodio mostrò una caratteristica del loro rapporto: un legame affettivo fortissimo senza automatica solidarietà politica.

Alla morte di Vittorio, nel giugno 2025, Di Battista gli dedicò parole che restituiscono meglio di qualsiasi ricostruzione il rapporto tra i due: «È stato un grande papà. È stato un uomo perbene, con i suoi pregi e difetti come tutti del resto. Sempre fedele a se stesso, fino alla fine». Lo ricordò come un uomo «dannatamente coerente e straordinariamente noncurante del giudizio altrui», aggiungendo: «Ho preso da lui tutto quello che andava preso e lo porterò sempre con me». Due appartenenze politiche lontanissime, dunque, ma un filo caratteriale evidente: il gusto per la provocazione, la diffidenza verso il conformismo e una naturale inclinazione a stare dalla parte dell’opposizione.

L’incontro con Grillo e Casaleggio

La vera svolta politica arriva con l’avvicinamento al movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Di Battista entra nei meetup e diventa progressivamente uno degli attivisti più visibili nel Lazio. Il passaggio dalla cooperazione internazionale alla politica non cancella il profilo costruito negli anni precedenti: al contrario, lo rafforza. Porta nel nascente M5s il linguaggio militante, una forte attenzione alla politica internazionale e soprattutto una marcata propensione alla denuncia.

Alle “parlamentarie” del dicembre 2012 ottiene 313 preferenze. Alle elezioni politiche del febbraio successivo viene candidato alla Camera nella circoscrizione Lazio ed eletto. È l’anno dell’esplosione del Movimento 5 Stelle, che alla sua prima partecipazione alle Politiche diventa la forza più votata alla Camera se si considerano le singole liste.

Di Battista entra così a Montecitorio insieme a una generazione di parlamentari completamente nuova, percepita da una parte dell’opinione pubblica come la più radicale rottura con la politica della Seconda Repubblica.

L’ingresso in Parlamento e la nascita del “Dibba”

Nella XVII legislatura entra nella Commissione Esteri, della quale è vicepresidente dal maggio 2013 al luglio 2015. Ma è soprattutto fuori dalle commissioni che costruisce la propria popolarità. Interventi parlamentari, comizi, interviste, video sui social e partecipazioni televisive lo trasformano rapidamente in uno dei principali comunicatori pentastellati.

Il suo stile diventa immediatamente riconoscibile: tono acceso, frasi brevi, contrapposizioni nette e attacchi frontali ai partiti tradizionali. Il bersaglio non è soltanto una specifica parte politica. La narrazione originaria del Movimento è fondata proprio sul rifiuto della distinzione tradizionale tra destra e sinistra e Di Battista ne diventa uno degli interpreti più efficaci.

Mentre Luigi Di Maio assume progressivamente il profilo del dirigente istituzionale, capace di accompagnare il Movimento verso il governo, Di Battista incarna il lato movimentista e barricadero. È il militante diventato deputato che continua volutamente a parlare come se si trovasse davanti a una piazza.

Il direttorio e gli anni della massima popolarità

Nel novembre 2014 Beppe Grillo propone agli iscritti la creazione di un direttorio composto da cinque persone. Tra i nomi indicati c’è quello di Di Battista insieme a Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia. La proposta viene approvata online e segna probabilmente il momento nel quale il “Dibba” raggiunge il massimo peso all’interno del Movimento.

Il suo volto diventa sinonimo dell’opposizione dura al governo di Matteo Renzi, della contestazione delle vecchie forze politiche e della difesa dell’identità originaria pentastellata. Nel 2016 percorre l’Italia in scooter con il tour “Costituzione coast to coast”, schierandosi per il No al referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi.

Quell’immagine riassume perfettamente la sua idea di politica: un parlamentare che lascia temporaneamente Montecitorio per attraversare il Paese, fermarsi nelle piazze e parlare direttamente con gli elettori. Di Battista diventa uno dei principali protagonisti della campagna referendaria conclusa con la netta vittoria del No e le successive dimissioni di Renzi da Palazzo Chigi.

La scelta che sorprende tutti: niente ricandidatura

Nel novembre 2017 arriva una decisione sorprendente. Di Battista annuncia che non si ricandiderà alle elezioni politiche del 2018. Non è una rottura con il Movimento e nemmeno, nelle sue intenzioni, un addio alla politica. Definisce il M5s una sorta di «seconda pelle» e promette di partecipare comunque alla campagna elettorale.

Alla conclusione della legislatura rivendica di essersi dimezzato lo stipendio parlamentare e rinuncia al trattamento di fine mandato. Quindi partecipa alla campagna che porterà il Movimento, il 4 marzo 2018, a superare il 32% dei voti, diventando di gran lunga il primo partito italiano.

Ma quando il M5s raggiunge il punto più alto della propria forza elettorale e si prepara finalmente a governare, uno dei suoi uomini più popolari non siede più in Parlamento. Una scelta che contribuisce ulteriormente alla costruzione del suo personaggio: il politico che avrebbe potuto proseguire la carriera istituzionale e decide volontariamente di rinunciarvi.

Il M5s al governo e le prime crepe

È proprio la trasformazione del Movimento in forza di governo a rendere progressivamente più difficile la posizione di Di Battista. Durante il Conte I, nato dall’alleanza con la Lega, attacca ripetutamente Matteo Salvini e difende l’autonomia politica del M5s. Quando nasce il Conte II con il Partito Democratico, le sue critiche si spostano soprattutto verso il Pd e Matteo Renzi.

Il punto rimane sempre lo stesso: Di Battista vorrebbe un Movimento autonomo e alternativo a entrambi i poli. Guarda con crescente diffidenza all’istituzionalizzazione del M5s, difende il ruolo di Davide Casaleggio e della piattaforma Rousseau e mantiene una posizione rigida anche sulla regola del limite dei due mandati.

La contraddizione diventa sempre più evidente. Il Movimento che Di Battista aveva contribuito a costruire nasceva per contestare il sistema dei partiti; quello uscito dalle elezioni del 2018 deve invece governare, stringere alleanze, trovare compromessi e assumersi responsabilità istituzionali. È esattamente quel passaggio che il “Dibba” fatica maggiormente ad accettare.

La rottura sul governo Draghi

Il punto di non ritorno arriva nel febbraio 2021. Dopo la caduta del secondo governo Conte, Mario Draghi riceve l’incarico di formare un esecutivo sostenuto da una maggioranza larghissima. Il Movimento 5 Stelle consulta gli iscritti e decide di partecipare.

Di Battista si schiera apertamente contro. Per lui sostenere un governo insieme a Pd, Forza Italia e Lega significa oltrepassare definitivamente il limite oltre il quale l’identità originaria del Movimento non esiste più.

Dopo il voto favorevole degli iscritti annuncia quindi l’uscita dal M5s. Si chiude così una militanza durata oltre undici anni, iniziata nei meetup quando il Movimento non era ancora entrato in Parlamento.

È probabilmente il passaggio più coerente con il personaggio che aveva costruito: quando il compromesso diventa inevitabile per restare dentro il partito, Di Battista sceglie di restare fuori dal partito.

Il ritorno ai reportage

L’uscita dal Movimento non coincide con un ritiro dalla vita pubblica. Al contrario, Di Battista torna a fare ciò che aveva fatto prima di diventare deputato. Viaggia, scrive, realizza reportage e interviene sui principali dossier internazionali.

Collabora con Il Fatto Quotidiano e realizza servizi da diversi Paesi, dagli Stati Uniti al Messico, dall’Iran alla Bolivia, dalla Russia al Sud America. La figura del parlamentare viene progressivamente sostituita da quella del reporter militante, che cerca di raccontare conflitti e tensioni internazionali mettendo in discussione quella che considera la narrazione dominante.

Dal 2022 diventa inoltre opinionista di Dimartedì su La7. Non avendo più una tribuna parlamentare, costruisce così una propria tribuna mediatica, mantenendo un’elevata visibilità e continuando a intervenire direttamente nel dibattito politico.

I libri e il passaggio dalla piazza al teatro

La produzione editoriale diventa uno degli strumenti principali della sua seconda vita pubblica. Dopo Sicari a cinque euro pubblica A testa in su, Meglio liberi, Politicamente scorretto, Contro!, Ostinati e contrari, Scomode verità. Dalla guerra in Ucraina al massacro di Gaza e Democrazia deviata. Perché non ha più senso parlare di governo del popolo.

Già i titoli raccontano la continuità con il Di Battista politico: libertà, opposizione, anticonformismo, critica del sistema e contestazione delle narrazioni prevalenti. Con Ostinati e contrari. Voci contro il sistema assume sempre più anche il ruolo dell’intervistatore, confrontandosi con personalità provenienti da esperienze differenti.

Poi arriva il teatro. Tra il 2023 e il 2024 porta sui palcoscenici Assange. Colpirne uno per educarne cento, dedicato alla vicenda del fondatore di WikiLeaks Julian Assange. Successivamente propone Scomode verità. Dalla guerra in Ucraina al massacro di Gaza. È forse la metamorfosi più significativa del personaggio: dal comizio alla conferenza-spettacolo, dal Parlamento al palcoscenico, dal blog alle tournée teatrali. Cambiano gli strumenti, molto meno il messaggio.

Schierarsi e il ritorno dell’attivista

Nel 2023 nasce Schierarsi, associazione della quale Di Battista diventa vicepresidente. È il ritorno a una dimensione organizzata della politica, ma senza rientrare nel Movimento 5 Stelle e senza costituire, almeno inizialmente, un nuovo partito. L’associazione promuove campagne e raccolte firme su diversi temi: dalla sanità pubblica alla contrarietà all’invio di armi all’Ucraina, fino al riconoscimento dello Stato di Palestina. Il progetto rappresenta in qualche modo il punto d’incontro tra le due anime di Di Battista: quella politica e quella movimentista. Non più deputato e non più dirigente di partito, ma ancora protagonista del dibattito attraverso campagne, piazze, social, libri, viaggi e iniziative territoriali.

Nel 2026 la prospettiva torna però a essere anche elettorale. Attorno a Di Battista e a Schierarsi si moltiplicano le ipotesi sulla possibile trasformazione dell’associazione in un vero soggetto politico, capace di presentarsi alle prossime elezioni e di intercettare una parte dell’elettorato che non si riconosce più nel Movimento 5 Stelle o nelle altre forze parlamentari. Sarebbe, per certi versi, la chiusura di un cerchio: il ritorno alla competizione elettorale senza tornare nel partito che lo aveva portato in Parlamento. Una scelta che, se concretizzata, permetterebbe anche di misurare quanto consenso personale sia rimasto intorno al “Dibba” dopo quasi un decennio lontano dalle urne.

Il suo ultimo libro è “La Russia non è il mio nemico”, pubblicato nel 2025 da PaperFirst, un titolo che sintetizza bene anche una delle battaglie politiche che più lo hanno caratterizzato negli ultimi anni. Di Battista ha assunto posizioni fortemente critiche verso la politica occidentale nei confronti di Mosca, verso l’invio di armi all’Ucraina e più in generale verso l’atlantismo italiano, posizioni che gli hanno procurato accuse di filorussismo che ha sempre respinto. Anche su Gaza e sulla politica israeliana ha assunto una linea molto netta, facendo della politica estera uno dei terreni principali della sua attività pubblica.

La famiglia e la vita lontano dalla politica

Accanto alla dimensione pubblica esiste una vita familiare che Di Battista ha cercato di mantenere maggiormente separata dall’esposizione mediatica. È padre di due figli, Andrea e Filippo, nati rispettivamente nel 2017 e nel 2020 dalla relazione con la compagna Sahra Lahouasnia. Anche la paternità è entrata occasionalmente nelle sue riflessioni pubbliche. Il libro Meglio liberi, ad esempio, nasce come una sorta di lunga lettera indirizzata al primo figlio, costruita intorno ai temi della libertà personale, dell’autonomia e della capacità di mettere in discussione ciò che viene presentato come inevitabile.

A quasi quindici anni dall’ingresso in Parlamento, Alessandro Di Battista resta così un personaggio difficilmente collocabile nelle categorie tradizionali. Non è più un Cinquestelle, non è un parlamentare e non guida formalmente un partito, ma non ha mai smesso di fare politica. Continua a farlo con strumenti diversi da quelli della prima stagione: reportage, libri, spettacoli, associazionismo, televisione e campagne pubbliche. Del vecchio “Dibba” sono rimasti soprattutto il linguaggio diretto, la ricerca dello scontro e una concezione della politica fondata sulla necessità di schierarsi. È cambiato il palco, insomma, ma molto meno il personaggio: quello che nel Movimento 5 Stelle rappresentava l’ala dura e pura e che, anche una volta uscito dal Movimento, ha continuato a scegliere quasi naturalmente il posto che gli è sempre stato più congeniale, quello dell’opposizione.

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Ultimo Aggiornamento: 29/08/2026 16:27

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