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Garlasco, la madre di Alberto Stasi rompe il silenzio: «Ho sempre saputo che era innocente»

Pubblicato: 01/09/2026 22:33

«Ho sempre saputo che Alberto era innocente e, se avessi avuto un solo dubbio, sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità». A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, torna a parlare Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, l’unica persona condannata in via definitiva per il delitto avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. Lo fa attraverso una lunga lettera inviata a Verità Nascoste, il programma condotto da Milo Infante su Retequattro, nella quale racconta per la prima volta in maniera così diretta il peso che l’intera vicenda ha avuto sulla famiglia e ribadisce la convinzione che il figlio sia estraneo all’omicidio.

Parole che acquistano inevitabilmente un peso particolare nella nuova fase attraversata dal caso Garlasco. La posizione giudiziaria di Stasi resta quella stabilita dalla sentenza definitiva che lo ha condannato a 16 anni di reclusione per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Ma le nuove indagini aperte dalla Procura di Pavia hanno riportato il delitto al centro dell’attenzione, alimentando interrogativi su elementi investigativi e piste che continuano a essere approfonditi. È in questo contesto che arriva la lettera della madre: non un atto giudiziario e nemmeno un nuovo elemento investigativo, ma la testimonianza personale di una donna che racconta di non avere mai smesso di credere nell’innocenza del figlio.

«Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via»

Ligabò parte dagli effetti che quasi due decenni di indagini, processi, condanne e attenzione mediatica hanno avuto sulla sua famiglia. «Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via», scrive. Gli anni trascorrono e la quotidianità apparentemente riprende, ma una vicenda di questa portata, racconta, finisce per accompagnare ogni giornata.

«Gli anni passano, la vita va avanti, ma certe vicende restano sempre con te. Entrano nei tuoi pensieri e ti accompagnano ogni giorno, anche quando cerchi di occuparti delle cose normali della vita», sono le parole affidate alla trasmissione.

La famiglia Stasi ha cercato di ricostruire una normalità attraverso il lavoro, la casa e gli impegni quotidiani. Ma per la madre dell’ex studente bocconiano dimenticare ciò che è accaduto è semplicemente impossibile: «Abbiamo cercato di andare avanti, come fanno tutti. Ci siamo dedicati al lavoro, alla casa, agli impegni di ogni giorno. Però è impossibile non pensare a quello che è successo. È una cosa che non ti abbandona mai del tutto».

«Per anni mi sono sentita molto sola»

C’è poi un aspetto meno visibile della vicenda: quello del giudizio sociale che accompagna la famiglia di una persona accusata e successivamente condannata per un delitto tanto grave e mediaticamente esposto.

«Per anni mi sono sentita molto sola», confessa Ligabò. Non parla soltanto della sofferenza per la condanna del figlio, ma della sensazione che dall’esterno fosse quasi impossibile comprendere ciò che la famiglia stava attraversando.

Gli sguardi, le parole e soprattutto i silenzi finiscono per assumere un significato diverso. «Quando una vicenda così dolorosa entra nella tua vita, molte cose cambiano. Impari a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette. A volte il silenzio pesa più di tutto il resto».

La madre di Stasi descrive così una sorta di condanna parallela, sociale prima ancora che giudiziaria, determinata inevitabilmente dalla gravità dell’accusa: «Perché poi alla fine se tuo figlio viene processato per omicidio un motivo ci sarà e anche spiegare che non è così sembra inutile».

«Se avessi avuto un dubbio, sarei stata la prima»

Il passaggio centrale della lettera riguarda naturalmente l’innocenza di Alberto Stasi. Elisabetta Ligabò non mostra esitazioni e sostiene di non aver mai avuto dubbi sulla versione del figlio.

«Io ho sempre saputo che Alberto era innocente e, se avessi avuto un solo dubbio, sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità», scrive.

È la posizione di una madre e, come tale, resta distinta dalle conclusioni alle quali è arrivata la giustizia italiana dopo un percorso processuale estremamente lungo e complesso. Stasi è stato definitivamente riconosciuto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi. Ligabò, tuttavia, racconta di aver maturato proprio negli anni la convinzione che parlare pubblicamente non avrebbe cambiato nulla.

«Alla gente questo non è mai importato ed è per questo che ho sempre pensato che fosse meglio il silenzio», aggiunge.

Una vicenda giudiziaria durata anni

Il delitto di Garlasco è diventato uno dei casi di cronaca nera più discussi della storia recente italiana anche per il suo eccezionale percorso giudiziario. Chiara Poggi, 26 anni, venne trovata morta nella villetta della famiglia a Garlasco il 13 agosto 2007. A scoprire il corpo fu proprio Alberto Stasi, all’epoca suo fidanzato.

Stasi divenne rapidamente il principale indagato. Il procedimento attraversò però esiti differenti: inizialmente venne assolto sia in primo grado sia in appello. Successivamente la Cassazione annullò l’assoluzione disponendo un nuovo processo d’appello, conclusosi nel dicembre 2014 con la condanna a 16 anni. Nel dicembre 2015 la Cassazione rese definitiva la sentenza.

È proprio questa successione di decisioni differenti ad aver contribuito negli anni a mantenere aperto un intenso dibattito sul caso, senza che ciò modifichi il dato giudiziario fondamentale: la condanna di Stasi è definitiva.

Le nuove indagini hanno riaperto il caso Garlasco

A distanza di molti anni dal delitto, la vicenda è tornata però prepotentemente al centro delle cronache per una nuova attività investigativa della Procura di Pavia. Le indagini stanno approfondendo elementi che riguardano una possibile ricostruzione alternativa di quanto accaduto nella villetta di via Pascoli.

Questa nuova fase non equivale a una revisione della condanna di Stasi e non cancella le conclusioni dei processi già celebrati. I due piani devono essere mantenuti distinti: da una parte esiste una sentenza definitiva, dall’altra una nuova indagine che dovrà essere valutata sulla base degli elementi raccolti dagli investigatori e delle eventuali successive decisioni della magistratura.

È però evidente che proprio la riapertura delle indagini abbia cambiato il clima intorno a un caso che sembrava giudiziariamente concluso, riportando in primo piano interrogativi rimasti per anni sullo sfondo.

«La verità trova sempre la sua strada»

Ed è alla possibilità che possano emergere nuovi elementi che sembra guardare la parte conclusiva del messaggio di Elisabetta Ligabò. La madre di Stasi affida infatti alla lettera una frase destinata inevitabilmente a diventare il passaggio più discusso del suo intervento: «La verità trova sempre la sua strada, anche quando sembra impossibile».

Per Ligabò quella verità coincide con l’innocenza del figlio, della quale dice di essere sempre stata convinta. Sul piano giudiziario, invece, qualsiasi eventuale cambiamento potrà arrivare soltanto attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento e sulla base di nuovi elementi in grado di incidere su una sentenza ormai definitiva.

La lettera non aggiunge prove al fascicolo di Garlasco e non pretende di farlo. Aggiunge però qualcosa alla dimensione umana di una storia raccontata per quasi vent’anni attraverso perizie, processi, indagini e confronti televisivi: la voce della madre dell’uomo condannato, rimasta a lungo lontana dai riflettori.

Una madre che continua a sostenere la stessa cosa che dice di aver pensato fin dall’inizio: Alberto Stasi non avrebbe ucciso Chiara Poggi. E che oggi, mentre gli investigatori tornano a lavorare su uno dei delitti più controversi della cronaca italiana, sceglie di affidare la propria speranza a una frase semplice: la verità, prima o poi, «trova sempre la sua strada».

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