
Il limite del 30% di studenti stranieri nelle classi non nasce con l’attuale governo. Una disposizione in questa direzione era già contenuta in una circolare del 2010, firmata dall’allora ministra dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Una norma che, negli anni, è rimasta in gran parte senza applicazione effettiva, soprattutto nelle realtà territoriali caratterizzate da una forte presenza migratoria.
Ora il governo guidato dal ministro Giuseppe Valditara punta a trasformare quel limite in un obbligo attraverso un decreto legge. L’obiettivo dichiarato è intervenire sulla composizione delle classi, ma l’applicazione concreta della misura presenta interrogativi legati soprattutto alle profonde differenze esistenti tra territori, città e singoli istituti scolastici.
Il tetto, infatti, non dovrebbe riguardare indistintamente tutti gli studenti stranieri. Secondo i criteri indicati dal governo, il riferimento sarebbe agli alunni con cittadinanza non europea che presentano una conoscenza scarsa o nulla della lingua italiana. Un criterio che, nelle intenzioni illustrate dal ministro, dovrebbe individuare gli studenti con maggiori difficoltà linguistiche e di apprendimento.
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I numeri degli studenti stranieri
Il quadro numerico mostra una realtà molto diversa da quella che emergerebbe considerando soltanto la cittadinanza. In Italia gli studenti stranieri sono complessivamente circa 930mila, pari all’11,6% del totale. Di questi, quasi due terzi, circa 607mila, sono nati in Italia, mentre 323mila sono nati all’estero.
Il dato complessivo, dunque, resta al di sotto della soglia del 30%. La questione cambia però quando si osservano le differenze territoriali. Negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri sono aumentati di 84mila unità, mentre la presenza risulta particolarmente concentrata in alcune città e regioni.
La Lombardia raccoglie circa un quarto degli studenti stranieri presenti nel Paese e Milano rappresenta uno dei territori con le percentuali più elevate. Anche all’interno delle singole città le differenze possono essere significative. A Roma, per esempio, quartieri come Esquilino e Tor Pignattara presentano una presenza migratoria superiore rispetto ad altre zone.
Le scuole riflettono inevitabilmente questa composizione sociale. Nonostante ciò, il fenomeno delle classi con una presenza molto elevata di studenti di prima generazione riguarda una parte limitata degli istituti: sono circa mille su 300mila le classi nelle quali la percentuale supera il 20%.

Il nodo delle scuole nelle aree a forte presenza migratoria
L’applicazione concreta del limite pone quindi una domanda centrale: come distribuire gli studenti nei territori dove la presenza di alunni stranieri è particolarmente alta?
A gestire la composizione delle classi dovrebbero essere i dirigenti scolastici, con un maggiore coordinamento tra provveditorati e Uffici scolastici per individuare quelle che il governo definisce scuole di prossimità. Ma resta il problema degli istituti nei quali gli studenti con origine migratoria costituiscono una parte molto consistente degli iscritti.
Un caso citato è quello di un istituto comprensivo di Mestre, dove il 90% degli iscritti alla prima classe è di origine bengalese. In situazioni di questo tipo, l’introduzione di un tetto solleva interrogativi sulla possibilità concreta di distribuire gli alunni senza allontanarli dai loro territori.
I dirigenti scolastici escludono l’ipotesi di allontanare gli studenti dalle scuole di riferimento. Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, sottolinea che non sarebbe possibile semplicemente mandarli altrove. Il problema diventa quindi quello di trovare un equilibrio tra la composizione delle classi e il diritto degli studenti a frequentare la scuola nel proprio territorio.
A questo si aggiungono i dati sulla dispersione scolastica. Tra gli studenti senza cittadinanza italiana l’abbandono scolastico raggiunge il 26,2%, contro il 6,7% registrato tra gli italiani. Anche la cosiddetta dispersione implicita, riferita agli studenti che completano il ciclo di studi senza aver raggiunto le competenze di base, presenta valori differenti: 22,5% tra gli studenti senza cittadinanza italiana contro l’11,6% tra gli italiani.
Il costituzionalista Salvatore Curreri, docente di Diritto costituzionale a Enna, richiama inoltre il tema dei diritti. Secondo la sua valutazione, un provvedimento particolarmente restrittivo, se comportasse lo spostamento dei minori e delle loro famiglie dai territori di appartenenza, potrebbe entrare in tensione con un diritto riconosciuto dalla Costituzione.

Italiano, velo integrale e integrazione
Il decreto dovrebbe intrecciarsi anche con un’altra questione: quella delle studentesse che indossano il velo integrale. Il governo intende intervenire sulle norme relative al divieto di mascheramento e travisamento, già contenute nella legge Reale del 1975, eliminando la possibilità di invocare motivazioni religiose e culturali come giustificazione.
La questione viene collegata anche alla frequenza scolastica. Nella Lega viene valutata la possibilità di intervenire sul permesso di soggiorno nel caso in cui, dopo l’introduzione delle nuove disposizioni, alcune famiglie decidessero di non mandare le figlie a scuola.
Sul fronte dell’integrazione, invece, i sindacati indicano una strada differente. La richiesta è quella di un piano straordinario di assunzione di docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Valditara rivendica l’assunzione di mille insegnanti destinati a questo ambito, mentre Eurispes segnala la carenza di mediatori culturali.
Tra le misure previste dal governo ci sono anche corsi obbligatori di italiano per i genitori degli studenti stranieri che presentano difficoltà linguistiche a scuola. È un ulteriore tassello del provvedimento, sul quale però i sindacati mantengono una posizione critica: secondo le organizzazioni dei lavoratori, l’integrazione non può essere affidata soltanto a obblighi e imposizioni, ma richiede soprattutto risorse.
Il confronto sul nuovo decreto si concentra così su un problema che non riguarda soltanto la percentuale numerica degli studenti nelle classi. Al centro restano le differenze territoriali, la distribuzione degli alunni, le difficoltà linguistiche, la dispersione scolastica e le modalità attraverso cui il sistema scolastico dovrebbe affrontare una presenza straniera destinata, secondo le premesse del provvedimento, a diventare sempre più significativa.


