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Viterbo, la provincia italiana e il vuoto della politica

Pubblicato: 24/09/2026 15:32

Ci sono città che sembrano vivere dentro una sospensione. Non sono davvero marginali, perché possiedono storia, monumenti, istituzioni, relazioni, memorie; ma non sono neppure pienamente centrali, perché faticano a trasformare tutto questo in una forza capace di orientare il futuro. Sono città che continuano a esistere con una loro dignità, spesso persino con una loro bellezza, ma sembrano aver perso la capacità di rappresentarsi ciò che potrebbero diventare. È dentro questa zona ambigua, così tipicamente italiana, che si colloca “Pensare la città. Viterbo immaginaria, leggere il futuro” di Filippo Rossi. Il libro nasce da Viterbo, parla attraverso Viterbo e torna continuamente a Viterbo, ma sarebbe un errore leggerlo soltanto come un pamphlet locale. La città è piuttosto il punto di osservazione scelto per interrogare qualcosa di molto più largo: la condizione della provincia italiana, la sua difficoltà a produrre futuro e, insieme, la crisi di una politica che ha progressivamente smesso di pensare se stessa come costruzione di una direzione.

Viterbo diventa allora un caso concreto e insieme una figura simbolica. Potrebbe essere molte altre città italiane: centri medi segnati da una lunga storia, dotati di patrimoni importanti, culturalmente riconoscibili e tuttavia incapaci di trasformare le proprie risorse in una vera promessa collettiva. Luoghi nei quali il passato è forte, il presente è spesso amministrato con una certa continuità e il futuro rimane invece indefinito, quasi affidato alla speranza che prima o poi accada qualcosa. È una condizione molto diversa dal declino manifesto. La provincia italiana non appare necessariamente devastata, abbandonata o priva di energie. Al contrario, può essere vivace, produttiva, piena di associazioni, iniziative e progetti. Ma proprio questa quantità di cose rischia talvolta di mascherare l’assenza di una domanda più radicale: che cosa vogliamo diventare?

È questa domanda a rendere il libro interessante anche fuori dal perimetro cittadino. Perché obbliga a distinguere tra il funzionamento di una comunità e la sua capacità di immaginarsi. Una città può funzionare senza sapere dove sta andando. Può avere amministrazioni diligenti, una macchina comunale efficiente, eventi frequentati, restauri, iniziative culturali e investimenti, e continuare tuttavia a non produrre una forma riconoscibile di futuro. In questo senso il nodo centrale di “Pensare la città” non è amministrativo ma quasi antropologico: riguarda l’immagine di sé che una comunità costruisce e il modo in cui quella rappresentazione finisce per condizionare il possibile. Una città che pensa se stessa come periferica tenderà a comportarsi da periferia; una città che considera inevitabile una certa marginalità finirà per organizzare le proprie ambizioni all’interno di quel limite. Al contrario, immaginarsi diversamente non garantisce affatto il successo, ma rappresenta la condizione preliminare per poter scegliere.

Dentro questa riflessione c’è un elemento che riguarda profondamente la storia italiana. La provincia, nel nostro Paese, non è mai stata soltanto una categoria geografica. È stata un modo di vivere, una struttura sociale, un sistema di relazioni e persino una forma mentale. Per lungo tempo è stata considerata il luogo della misura, della continuità, della prossimità, della capacità di resistere alla velocità e all’anonimato delle grandi metropoli. Una parte consistente dell’identità italiana nasce proprio da queste città medie, dai loro centri storici, dalle piazze, dalle istituzioni culturali locali, dalle borghesie civiche, dalle tradizioni. Ma quello stesso equilibrio che un tempo appariva come una forza può trasformarsi in una debolezza quando la prudenza diventa paura della trasformazione e la continuità si riduce a semplice conservazione dell’esistente.

La provincia come categoria politica

È forse qui che il libro incontra il suo tema più profondo. La provincia italiana non è soltanto una realtà da descrivere, ma un problema politico. Non perché abbia necessariamente bisogno di più politica nel senso partitico del termine, ma perché richiede una capacità di decisione che oggi sembra essersi indebolita. Il punto non è stabilire se una determinata amministrazione sia efficiente o inefficiente, né costruire un bilancio delle cose fatte e non fatte. La questione è più generale: che cosa resta della politica quando essa rinuncia a produrre una direzione e si riduce progressivamente alla gestione di compatibilità, risorse, procedure e mediazioni?

Negli ultimi decenni si è affermata una cultura amministrativa che ha giustamente valorizzato competenza, trasparenza, capacità tecnica e rispetto delle regole, ma che ha finito talvolta per confondere la buona amministrazione con l’intera funzione politica. Eppure amministrare bene non significa necessariamente scegliere bene, così come rispettare una procedura non equivale a sapere quale sia l’obiettivo verso cui quella procedura dovrebbe condurre. È uno slittamento importante: la politica ha cominciato a parlare sempre più il linguaggio della gestione e sempre meno quello della visione. Ha imparato a spiegare come fare le cose e ha smesso progressivamente di spiegare perché alcune cose debbano essere fatte prima di altre.

È precisamente questa perdita di gerarchia a emergere con forza nel libro. Governare una città significa anche dire che non tutto è ugualmente importante, che alcune scelte devono avere priorità, che non ogni richiesta può essere soddisfatta e che non ogni risorsa può essere distribuita secondo un principio di perfetto equilibrio. Significa concentrare, selezionare, assumersi la responsabilità di produrre differenze. È una concezione della politica molto diversa da quella che si limita a comporre interessi già esistenti. Qui la politica non registra soltanto la società, ma prova a modificarne il campo delle possibilità.

La provincia italiana ha invece sviluppato spesso una forma di prudenza permanente. Ogni scelta deve essere compatibile con tutto ciò che esiste, ogni innovazione deve rassicurare, ogni investimento deve possibilmente distribuire benefici in maniera uniforme, ogni trasformazione deve evitare di produrre troppo conflitto. Il risultato è una politica che fatica a costruire apici, luoghi simbolici, esperienze memorabili, progetti abbastanza forti da ridefinire il modo in cui una città viene percepita. Molte città di provincia possiedono infatti un patrimonio diffuso, ma proprio per questo hanno difficoltà a concentrare attenzione e immaginazione su alcuni elementi capaci di diventare realmente identitari.

È una delle intuizioni più convincenti del libro: una città non può vivere soltanto di una somma di cose buone. Ha bisogno anche di elementi che emergano, che diventino riconoscibili, che agiscano come condensatori di senso. Un museo, una piazza, un centro culturale, un grande evento, un quartiere recuperato, perfino una singola infrastruttura possono assumere un valore molto superiore alla loro funzione immediata se riescono a produrre un’immagine collettiva nuova. Non perché una sola opera possa risolvere tutti i problemi, ma perché le trasformazioni urbane avvengono spesso attraverso scintille, luoghi o progetti capaci di generare comportamenti successivi.

Da questo punto di vista, la città diventa quasi un organismo narrativo. Non è sufficiente che accadano delle cose; è necessario che quelle cose acquistino un significato dentro un disegno più ampio. È qui che il concetto di racconto assume una funzione politica. Non nel senso superficiale della comunicazione o dello storytelling istituzionale, ma come capacità di legare il presente a un’idea di futuro. Una città senza racconto non è una città senza storia: può averne moltissima. È una città che non riesce più a trasformare la propria storia in una promessa.

Questa distinzione è particolarmente importante per una città come Viterbo. Possedere un centro medievale, monumenti, tradizioni, memorie e un’identità storica forte non produce automaticamente attrazione, sviluppo o qualità urbana. La ricchezza del passato può persino diventare una forma di alibi, un modo per evitare di misurarsi con la necessità di costruire qualcosa di nuovo. L’Italia conosce bene questo rischio: vivere dentro un patrimonio straordinario e credere che la sua semplice esistenza sia sufficiente a generare futuro. Ma un patrimonio che non viene continuamente reinterpretato può trasformarsi in una scenografia. Rimane bello, talvolta magnifico, ma smette di essere politicamente vivo.

“Pensare la città” insiste proprio sul bisogno di restituire verbi alle città. Non basta essere. Bisogna diventare, attrarre, trasformare, creare, rischiare. È un passaggio lessicale che contiene una posizione politica precisa. La provincia italiana ha spesso costruito la propria identità sui sostantivi: la storia, il patrimonio, la tradizione, il centro storico, la cultura. Il problema posto dal libro è trasformare quei sostantivi in azione, impedire che restino categorie celebrative e farli diventare strumenti attraverso i quali orientare la trasformazione urbana.

La politica e il diritto di immaginare

È su questo terreno che il libro recupera una concezione quasi classica della politica: la capacità di produrre una forma collettiva. La politica esiste davvero quando è costretta a scegliere tra futuri differenti, non quando si limita a amministrare un presente dato. E scegliere significa anche dividere, perché ogni idea di città contiene inevitabilmente delle preferenze. Una comunità può volere più turismo o meno turismo, più residenza nel centro storico o più funzioni commerciali, più grandi eventi o una programmazione diffusa, più concentrazione o più equilibrio territoriale. Nessuna di queste opzioni è neutrale e nessuna può essere realizzata integralmente insieme alle altre. È proprio questa incompatibilità a rendere necessaria la politica.

Negli ultimi anni, al contrario, il conflitto politico è diventato spesso tanto quotidiano quanto irrilevante. Si litiga su moltissimo e si sceglie su pochissimo. La polemica occupa lo spazio pubblico, ma raramente riguarda davvero due idee differenti di città. È una contraddizione interessante: la politica appare continuamente conflittuale e nello stesso tempo è diventata profondamente prudente. Si divide sul dettaglio, sulla dichiarazione, sul singolo provvedimento, mentre tende a convergere su una gestione dell’esistente nella quale le differenze strategiche sono assai meno nette.

Il libro sembra suggerire che occorra compiere il movimento opposto: meno conflitto sulle minuzie e più conflitto sulle visioni. Una città dovrebbe potersi dividere seriamente su ciò che vuole diventare, perché proprio questa divisione può generare una discussione utile. L’idea che la buona politica sia quella capace di neutralizzare preventivamente ogni contrasto rischia di produrre comunità senza direzione. Il dissenso, se riguarda strategie reali, non è necessariamente un problema; può essere il segno che una comunità sta finalmente discutendo del proprio futuro.

Anche il tema del turismo acquista così una dimensione diversa. Il visitatore, definito nel libro come “cittadino provvisorio”, non è soltanto una fonte di presenze o di spesa. Diventa una misura della capacità della città di rendere accessibile il proprio racconto. Chi arriva deve poter percepire che il luogo in cui si trova possiede una personalità, una coerenza, una forma. Il vero problema non è dunque attirare più persone in astratto, ma costruire una città nella quale valga la pena entrare, anche temporaneamente, come dentro una storia.

Il rapporto tra abitante e turista finisce così per diventare meno distante di quanto sembri. Entrambi hanno bisogno di una città leggibile. Chi ci vive deve riconoscervi una direzione; chi arriva deve poter cogliere rapidamente un carattere. Quando questa leggibilità manca, anche la bellezza può diventare indistinta. Una delle condizioni paradossali di molte città italiane è proprio questa: possiedono una quantità enorme di elementi straordinari, ma nessuno di essi riesce a diventare davvero centrale nell’immaginario collettivo.

La questione diventa ancora più radicale se si considera il rapporto con il tempo. La politica contemporanea vive sempre più in un presente brevissimo, mentre le città esistono dentro tempi lunghi. Un centro storico non si rigenera in una legislatura, una nuova identità culturale non si costruisce attraverso una stagione di eventi, un quartiere non cambia per decreto, una vocazione economica richiede continuità. Il tempo urbano è lento, stratificato, spesso refrattario all’urgenza della comunicazione politica. E proprio questa differenza rende sempre più difficile progettare.

Una politica che pensa soltanto alla prossima scadenza elettorale o al prossimo consenso immediato finisce inevitabilmente per privilegiare ciò che è visibile nel breve periodo. Ma le trasformazioni più importanti sono spesso quelle che non producono immediatamente una fotografia. Richiedono anni, investimenti successivi, coerenza, a volte perfino la disponibilità a lavorare per risultati che verranno attribuiti ad altri

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Ultimo Aggiornamento: 24/09/2026 15:35

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