
Benzina sopra i due euro, diesel ancora più caro, guerre che interrompono le rotte energetiche e miliardi che continuano a spostarsi tra difesa, petrolio e grandi gruppi industriali. A guardare insieme quello che sta succedendo, la sensazione è quasi quella di essere finiti dentro una gigantesca contraddizione: più il mondo diventa instabile, più aumentano i costi per cittadini e imprese, mentre in alcuni segmenti della filiera energetica i margini crescono.
I numeri aiutano a capire perché la questione non possa essere liquidata con il solito “è colpa del petrolio”. A settembre il prezzo medio del gasolio self in Italia ha superato abbondantemente i 2,30 euro al litro, mentre la benzina si è attestata intorno ai 2,15 euro. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran, i problemi nello Stretto di Hormuz, gli attacchi alle infrastrutture saudite e la guerra tra Russia e Ucraina hanno prodotto una pressione fortissima sul mercato internazionale dei prodotti raffinati. Ma è proprio qui che cominciano le domande.
Il paradosso delle raffinerie
Il prezzo che arriva alla pompa non dipende semplicemente da quanto petrolio l’Italia riesce a raffinare. Il nostro Paese dispone ancora di un sistema industriale importante, con raffinerie in grado di coprire la domanda interna e di esportare prodotti petroliferi. Il prezzo di benzina e gasolio, però, resta agganciato alle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, che reagiscono immediatamente agli shock geopolitici e alle aspettative dei mercati.
Questo significa che anche un Paese dotato di capacità produttiva propria non è isolato dal prezzo mondiale. Se il diesel sale sui mercati internazionali, sale anche il valore economico del diesel prodotto in Italia. Ed è qui che emerge il cortocircuito più difficile da spiegare a chi ogni settimana fa il pieno.
Eni, nei risultati del secondo trimestre, ha indicato uno scenario per il 2026 con margini di raffinazione attorno ai 14 dollari al barile, contro i 6 dollari ipotizzati inizialmente nel budget. Il miglioramento è stato tale da spingere il gruppo ad aumentare il programma di riacquisto delle proprie azioni e a valutare anche un dividendo straordinario.
Non c’è nulla di illecito in questo: è il normale funzionamento di una società quotata che beneficia di condizioni di mercato favorevoli. Ma proprio questo rende legittima una domanda politica: quanto può essere lasciato al solo mercato un bene che, durante una crisi internazionale, diventa essenziale per l’intera economia nazionale?
Il problema non è soltanto Eni
Sarebbe troppo semplice trasformare tutto in un processo a Eni o alle compagnie petrolifere. Le imprese acquistano greggio, raffinano, distribuiscono e operano dentro prezzi internazionali che non decidono autonomamente. Inoltre una parte molto consistente del prezzo alla pompa è composta da imposte.
Il problema è più grande. In una crisi energetica di questa portata lo Stato continua a trovarsi nella posizione di chiedere alle aziende di concedere sconti, calmierare temporaneamente i prezzi o rinunciare a una parte dei margini, mentre contemporaneamente i prezzi internazionali vengono determinati da guerre, blocchi navali, bombardamenti e speculazioni sulle forniture future.
È una situazione che pone una questione di fondo sul rapporto tra mercato ed emergenza. In tempi normali è ragionevole lasciare che domanda e offerta determinino i prezzi. Ma quando un litro di gasolio diventa una delle conseguenze indirette di un conflitto internazionale, il problema non riguarda più soltanto la concorrenza tra distributori. Riguarda trasporti, agricoltura, logistica, inflazione e quindi il costo di quasi tutto ciò che compriamo.
Nazionalizzazione e prezzi controllati: una discussione che tornerà
In questo contesto è inevitabile che tornino proposte considerate fino a poco tempo fa quasi impronunciabili, dalla fissazione temporanea di prezzi massimi fino all’intervento diretto dello Stato nelle imprese energetiche.
La nazionalizzazione è la soluzione più radicale e comporterebbe costi enormi, problemi di gestione e conseguenze sul mercato e sugli investitori. Anche i prezzi amministrati non sono privi di rischi: se fissati sotto i costi reali possono produrre carenze, riduzione dell’offerta o la necessità di compensare le imprese con denaro pubblico.
Ma liquidare ogni discussione con l’argomento secondo cui “decide il mercato” rischia di diventare insufficiente quando quello stesso mercato è sconvolto da eventi militari.
La vera domanda, allora, è un’altra: quali strumenti deve avere lo Stato quando energia e carburanti diventano componenti della sicurezza nazionale?
E intanto la guerra continua a chiedere miliardi
Mentre l’Europa affronta una nuova crisi energetica, la guerra in Ucraina continua a richiedere risorse gigantesche. Volodymyr Zelensky ha indicato un deficit di circa 27 miliardi di dollari nel finanziamento della difesa ucraina, risorse necessarie anche per acquistare droni e sistemi destinati ai prossimi mesi di combattimenti.
La pressione militare sul Paese resta altissima. Il premier polacco Donald Tusk ha riferito in Parlamento informazioni ricevute dai partner ucraini secondo cui Kiev starebbe registrando circa 27mila tra morti e feriti ogni mese, avvertendo che, se questa tendenza dovesse continuare, l’inverno potrebbe diventare drammatico.
Non sono numeri da trasformare in slogan. Sono la misura di una guerra che consuma persone, armi, infrastrutture e denaro con una velocità impressionante.
Il riarmo europeo e la dipendenza americana
C’è poi un altro paradosso. L’Europa parla sempre più spesso di autonomia strategica e contemporaneamente una parte rilevante dei nuovi investimenti militari europei continua a tradursi nell’acquisto di sistemi americani.
Non si tratta soltanto del prezzo iniziale degli aerei, dei missili o dei sistemi di difesa. I grandi programmi militari moderni comportano manutenzione, munizioni, aggiornamenti e software che possono vincolare un Paese al produttore per decenni.
È quindi possibile aumentare enormemente la spesa per la difesa europea senza ottenere automaticamente una maggiore autonomia europea. Dipende da dove vengono investiti quei soldi, da chi controlla le tecnologie acquistate e da quanto l’industria del continente riesce a sviluppare capacità proprie.
Guerre lontane, bollette vicinissime
È forse questa la parte più difficile da accettare per chi osserva tutto da fuori. I conflitti vengono combattuti a migliaia di chilometri di distanza, ma i loro effetti entrano nel distributore sotto casa, nella bolletta, nel prezzo del pane e nei costi di un’impresa.
Quando Hormuz si blocca, il diesel sale in Europa. Quando vengono colpite raffinerie russe, diminuisce l’offerta di prodotti raffinati. Quando gli Houthi attaccano infrastrutture saudite, i mercati incorporano immediatamente un premio al rischio. E ogni passaggio finisce per propagarsi lungo una catena che raggiunge famiglie e aziende.
In tutto questo gli Stati continuano a comportarsi spesso come se energia, guerra, industria e politica economica fossero questioni separate. Non lo sono più.
Il punto non è trovare un colpevole facile
Non basta accusare una compagnia petrolifera, così come non basta chiedere qualche centesimo di sconto alla pompa. E non esiste nemmeno una soluzione semplice che possa cancellare con un decreto le conseguenze economiche di due guerre e di una crisi delle rotte energetiche mondiali.
Ma una cosa appare evidente: una crisi di queste dimensioni impone una discussione molto più seria sul controllo delle infrastrutture strategiche, sulla formazione dei prezzi, sulle riserve energetiche e sul ruolo dello Stato.
Perché un sistema nel quale la collettività sopporta il costo degli shock mentre i momenti di scarsità possono contemporaneamente generare margini eccezionali in alcune parti della filiera pone inevitabilmente un problema politico, prima ancora che economico.
E forse il vero errore sarebbe comportarsi come se tutto questo fosse soltanto una parentesi. Le guerre stanno mostrando quanto energia, industria e sicurezza nazionale siano tornate a essere la stessa cosa. Il prezzo alla pompa è soltanto il punto in cui ce ne accorgiamo.


